Ma cosa accadde davvero a Bologna?

E’ uscito nel luglio scorso, e ha già scatenato un putiferio. Si è messo subito d’impegno il parlamentare pd Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime della strage di Bologna, che ha minacciato il giudice Rosario Priore del reato di depistaggio, creando quindi il primo polverone. Parliamo del libro “I segreti di Bologna”, edizioni Chiarelettere. Autori il giudice Priore,  istruttore di alcune fra le più importanti inchieste giudiziarie degli ultimi 40 anni, dalla prima strage di Fiumicino ai processi sull’omicidio Moro (I -IV), dalla strage di Ustica all’attentato al Papa, e Valerio Cutonilli, avvocato romano che sulla storia recente d’Italia ha già scritto due libri, fra cui uno su Bologna.

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Su Bologna, strage con tre colpevoli in giudicato (Fioravanti, Mambro e Ciavardini, peraltro ora liberi) e nessun mandante, inquinata dai depistaggi e ingessata dal teorema intoccabile “strage fascista”, il fronte era stato aperto dal consulente in Commissione d’inchiesta Mitrokhin Gian Paolo Pelizzaro, che in un lavoro minuziosissimo portato avanti assieme al magistrato Lorenzo Matassa (cfr. su questo blog “Trentacinque anni dopo: i sentieri che si biforcano e la relazione libanese”, 2 agosto 2015) aveva ipotizzato che l’attentato fosse stato invece organizzato dal terrorista Carlos per conto dei palestinesi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

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La seconda strage di Fiumicino e il terrorista giardiniere

Qualcuno si chiederà: dove sono finiti? Ci sono, ci sono, e sono tra noi. Gli italiani sono sparsi in giro. Chi fa lo psichiatra, chi si è rifatta una vita accanto a un vigile urbano, chi il consulente editoriale che fa sempre chic, chi la fotografa e chi ha usufruito degli aiuti di compagni che hanno “sbagliato” di meno, è diventato giornalista o lavora in enti e associazioni legate alla sinistra. Si sono trovati in molti nel gennaio 2013 ai funerali di Prospero Gallinari (notare la bandiera palestinese sulla bara).

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Altri sono ancora in Francia, altri in Nicaragua, altri sono funzionari di benemeriti enti internazionali e fanno la bella vita in giro per il mondo. Altri ancora , quelli stranieri, quelli che l’hanno scampata, hanno fatto perdere le loro tracce. Come la Marie Therese Lefevbre e la Dominique Jurilli dell’attentato all’oleodotto di Trieste, o i palestinesi di Settembre Nero che dopo le azioni tornavano in Libano, in Giordania, in Libia. O quelli che il governo italiano liberava seduta stante in ossequio gli accordi segreti del Lodo. O coloro che, come Laila Khaled, vivono tranquilli in qualche parte del mondo.

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Poi ci sono le storie particolari. Come quella di Khaled Ibrahim Mahmoud, prima terrorista, ora giardiniere. Ve la proponiamo qui sotto, tratta dal sito Focus on Israel che l’aveva pescata nel novembre 2008 dal Corriere della Sera.

Uccise 13 persone a Fiumicino. Esce di cella e fa il giardiniere

L'aeroporto di Fiumicino poco dopo l'attentato del 1985

L’aeroporto di Fiumicino poco dopo l’attentato del 1985

Mahmoud nell’ 85 guidò il commando palestinese all’ aeroporto. L’assalto al banco delle linee israeliane. «Penso sempre a quei morti. Allora non ragionavo, ero indottrinato»

ROMA – Portò la guerra a Roma, ha tredici morti sulla coscienza e raccoglie foglie secche in un prato. Khaled Ibrahim Mahmoud oggi ha 41 anni. Ne aveva 18, il 27 dicembre 1985, quando guidò il commando della strage di Fiumicino. «Ci penso sì, a quei morti. Ci penso ancora e ci penserò sempre. E penso anche che l’aver seminato il terrore, come abbiamo fatto noi, non è servito a niente. Non è servito al mio popolo, non è servito alla pace. Anzi, il contrario…».

Il 27 dicembre 1985, all’aeroporto di Fiumicino, il commando di terroristi palestinesi uccise tredici persone e ne ferì più di 80, sparando contro il banco delle linee aeree israeliane. Il fuoco della sicurezza in pochi secondi annientò gli assalitori, tre morirono all’ istante, Khaled rimase ferito, unico superstite. Poi è stato in carcere 23 anni, fino a tre giorni fa. Oggi è un detenuto semilibero (la sera torna a Rebibbia) e da giovedì ha cominciato a lavorare all’ esterno per una cooperativa sociale: giardinaggio, facchinaggio, pulizie nei mercati e nei parchi di Roma (come Pino Pelosi, l’ assassino di Pier Paolo Pasolini). La prima cosa che ha chiesto è stato il permesso di acquistare un telefonino cellulare («Per chiamare mio fratello e i miei genitori ormai anziani», dice in buon italiano, appreso in questi anni leggendo e guardando in cella la televisione).

Gli altri detenuti che lavorano con lui non conoscono la sua storia. Khaled, in fondo, preferisce così: «Il dolore che provo – dice – non potrebbe essere condiviso, sono venuto al mondo durante la guerra, una lunga scia di sangue e di orrori mi accompagna da sempre, da Sabra e Chatila a Fiumicino. Ma allora avevo 18 anni, ero completamente indottrinato, non ragionavo. Il carcere, almeno, mi è servito a questo: a farmi pensare con la mia testa, a farmi capire tante cose». Lui faceva parte del gruppo di Abu Nidal, il feroce leader della lotta armata palestinese, mandante del massacro di Fiumicino, trovato morto in un appartamento di Bagdad nell’ agosto 2002 («È stato ammazzato, ne sono certo», dice oggi Khaled, condannato a 30 anni per la strage dell’ 85).

Il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, è la persona che in questi anni l’ ha seguito più da vicino: «Di sicuro – dice il Garante – Khaled ha maturato una critica profonda rispetto al suo passato. In carcere ha studiato, ha fatto il bibliotecario, è stato un detenuto modello, perciò ha ottenuto la liberazione anticipata. Il nostro è un sistema premiale, dunque non c’ era motivo perché lui non ottenesse i benefìci previsti dalla legge. Il primo permesso gli fu accordato un anno fa, lo accompagnai io stesso ad Ostia, a vedere il mare…». Il giorno che andarono al mare, però, pioveva e faceva freddo: del resto, dopo 23 anni di carcere, diventa difficile far tornare i conti. Se n’ è andato un pezzo di vita perché tu hai distrutto quella degli altri e anche andare avanti fa paura. «Il mondo da allora è completamente cambiato – sospira l’ ex terrorista, con i capelli ingrigiti -. È caduto il muro di Berlino, non c’ è più l’ Unione Sovietica, non c’ è più il comunismo. Noi stavamo coi russi, all’ epoca, io stesso ero comunista-stalinista, oggi però sono in via di guarigione…». L’ anno prossimo Khaled finirà di scontare la sua pena, nel frattempo si è laureato in Scienze politiche con una tesi sui Diritti umani e, malgrado tutto, sembra avere fiducia nel futuro del Medio Oriente: «Prima o poi tutti i muri cadono. Ma la pace non s’ impone, la pace bisogna volerla».

Caccia Fabrizio

(Fonte: Corriere della Sera, 22 Novembre 2008, pag. 23)

L’ISOLA CHE NON C’ERA

La Sardegna, Salvatore Muggironi e la Strage di Bologna. Ne avevamo già parlato in questo blog in un post del 15 ottobre 2015 https://ilfuocoeilsilenzio.wordpress.com/2015/10/15/una-settimana-a-bologna-il-caso-muggironi/  cogliendo spunto dall’interpellanza urgente alla Camera del parlamentare bolognese Gianluca Pini , che ci riportò alla memoria quel nome, Salvatore Muggironi, una storia dimenticata del 1980, e le circostanze di come è venuto alla luce  dai files dell’Archivio Storico del Senato. Una storia che era sconosciuta anche sull’isola, riportata meritoriamente alla cronaca, dal giornale online Admaioramedia.it http://notizie.admaioramedia.it/  dopo che il libro di Rosario Priore e Valerio Cutonilli “I segreti di Bologna”, ha messo in discussione forzate certezze e riaperto dubbi, provocando polemiche furibonde.

unità strage bologna

http://www.lastampa.it/2016/07/06/italia/cronache/strage-di-bologna-il-libro-del-giudice-priore-scatena-una-bufera-politica-4PZZ6yKcU7Y2ETH99OfUqN/pagina.html

 

Direttore di Admaioramedia.it è il cagliaritano Fabio Meloni. E’ lui che si è appassionato a questa storia. Lui ne ha parlato ripetutamente sul suo giornale.

http://notizie.admaioramedia.it/terrorismo-cutonilli-autore-de-i-segreti-di-bologna-nella-strage-la-sardegna-compare-piu-volte/ http://notizie.admaioramedia.it/terrorismo-strage-di-bologna-giuliano-sadar-la-pista-sarda-e-un-grumo-di-contraddizioni-che-allarma/

Incuriositi, lo abbiamo interpellato su queste vicende viste dall’osservatorio decentrato, ma solo apparentemente, della Sardegna. Ecco l’intervista.

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Nei 35 anni che corrono fra il 1980 e il 9 ottobre 2015, data dell’interpellanza parlamentare dell’onorevole Pini, in Sardegna qualcuno ha parlato del caso Muggironi?

  • Giornalisticamente parlando era una notizia sconosciuta, o comunque mai trattata. Solo dopo l’interpellanza di Pini, prima admaioramedia.it e poi il quotidiano “L’Unione Sarda” ne hanno parlato. Però, il mio quotidiano on line ha proseguito a trattare l’argomento con altri pezzi e qualche intervista, come quella all’ex deputato Raisi, autore del libro “Bomba o non bomba”, ed all’avvocato Valerio Cutonilli, autore di “I segreti di Bologna”, insieme al giudice Priore.

Come mai sul tuo giornale hai cominciato a trattare questa storia?

  • E’ un fatto di cronaca che vede protagonista un sardo. Peraltro, sempre in tema di ‘Strage di Bologna’, abbiamo scritto anche del cadavere cosiddetto ‘scomparso’, cioè quello di Maria Fresu, una ragazza sarda che lavorava in Toscana, morta nell’esplosione insieme alla sua piccola figlia Angela di neanche 3 anni.

Muggironi è ancora vivo. Hai parlato con lui, o qualcuno lo ha fatto? E in caso di risposta negativa,  come mai?

  • Il professore è ancora vivo e svolge una normale vita da pensionato, ma non ha mai rilasciato alcuna dichiarazione ai giornalisti. L’intendimento sembra quello di lasciarsi alla spalle tutta la vicenda, senza farw alcuna rivelazione. Come, peraltro, hanno evidenziato persone a lui vicine o qualche suo compaesano.

Secondo me la storia  fantomatico cameriere Berardis che si sarebbe rifiutato di tornare la valigia con i documenti a Muggironi, con Muggironi stesso a tornarsene in Sardegna senza documenti, è un po’ la cartina di tornasole sul fatto che qualcosa è stato nascosto. Sei d’accordo, o trovi altre parti della storia che fanno acqua?

  • La storia che il professore racconta ai Carabinieri è ‘complessa’ e presenta alcuni aspetti oscuri: per esempio, il fatto di non aver denunciato per dieci giorni lo smarrimento del passaporto; il cameriere o pizzaiolo di origine sarda, al quale avrebbe affidato la sua borsa, del quale non è mai stata trovata alcuna traccia; i pernottamenti non meglio verificati in hotel; la visita oculistica dichiarata e mai effettuata.

Cosa non ti convince dell’indagine dei carabinieri? Ebbe un paio di sterzate mica male…

  • La cosa più strana non è soltanto la versione ‘complessa’ del professore, ma il fatto che, nonostante un rapporto inviato a Bologna da un carabiniere della Stazione di Sorgono (paese vicino ad Aritzo), a Bologna l’indagine viene archiviata con la fin troppo ‘facile’ argomentazione che il professore si recava a Bologna per incontri sessuali irriferibili ed era stato costretto a mentire su spostamenti e frequentazioni. Rapporto scritto da un carabiniere di Bologna, che non risulta aver mai interrogato il professore, ma soltanto alcune sue amicizie bolognesi di quei giorni.

Giovanni Paba e Franco Secci, arrestati in Olanda nel 1976 per possesso di armi e sospettati di essere fiancheggiatori delle Brigate Rosse. E’ accertato che gravitavano assieme a Muggironi attorno al giornale “Barbagia contro”?

  • I suoi due compaesani erano, insieme al professore e ad altri, collaboratori di un periodico ciclostilato, “Barbagia Contro”, che veniva stampato e distribuito ad Aritzo e nei paesi vicini nel primi mesi del 1980.

Parte delle armi palestinesi portate nel settembre in Italia dal Papago venne stoccata in Sardegna. Esiste una tracciatura, su dov’erano e a cosa alla fine servirono?

  • Il deposito fu ritrovato nel 1982 dopo il pentimento del brigatista Antonio Savasta, che era stato incaricato dalle Brigate Rosse di costruire la colonna sarda. Si trovava vicino al Monte Albo, nella Baronia, tra i comuni di Lula e Siniscola, in provincia di Nuoro. I giornali di quei tempi parlarono di 5 razzi per bazooka di fabbricazione americana; un missile anticarro sovietico; 2 missili terra-aria di fabbricazione francese; 30 chili di esplosivo al plastico; 8 bombe a mano di fabbricazione americana; 6 mitra inglesi Sterling e centinaia di cartucce.

Dopo avere indagato su queste vicende, ti sei fatto un’idea su un ipotetico ruolo di Salvatore Muggironi nella Strage di Bologna?

  • E’ impossibile immaginare o ipotizzare un ruolo consapevole di Muggironi. Da aggiungere, inoltre, leggendo i fatti processuali di quegli anni, che nessuno del gruppo degli extraparlamentari di Aritzo, del quale facevano parte sia il professore che i due giovani arrestati in Olanda, vengono coinvolti nel processo a Barbagia Rossa, che nel 1982 fu smantellata grazie alle rivelazioni di Savasta.

Gli attentati palestinesi in Italia iniziarono a Trieste, con le esplosioni ai depositi costieri del 4 agosto 1972. Poi l’attentato cosiddetto “del mangiadischi” nei cieli di Fiumnicino, i ripetuti sequestri d’armi e le loberazioni, la prima strage di Fiumicino di cui le vittime italiane neppure vengono  menzionate  nel sito dell’Aviter  http://www.vittimeterrorismo.it/index.htm. Passano anni e ancora la scomparsa a Beirut  di Italo Toni e Graziella de Palo, la strage di Bologna definita  come “fascista” prima della fine delle indagini, l’attentato alla sinagoga di Roma in pieno Lodo. La storia a scoppio ritardato di Muggironi, i segreti di stato sulle questioni che riguardano il terrorismo palestinese.  Ora, 2016, libro, quello di Rosario Priore e Valerio Cutonilli sulla strage di Bologna, che ha e sta sollevando polemiche e mali di pancia non da poco. Vorrei una tua riflessione su queste righe.

  • La ricostruzione dello scenario internazionale e della politica estera italiana di quegli anni fatta nel libro di Priore e Cutonilli è corretta ed illuminante, perciò diventa facile pensare di incasellare anche l’esplosione alla stazione di Bologna in quelle vicende e pensare che possa trattarsi di un evento legato al terrorismo palestinese, voluto o meno. Purtroppo, sono passati troppi anni e tanti protagonisti non ci sono più. Forse l’unica certezza è che la verità giudiziaria (la condanna per la strage di Bologna dei tre ex terroristi dei Nar) sia molto lontana dalla verità storica e che quella ‘facile’ pista fu utilizzata immediatamente da servizi ed ambienti governativi per coprire taluni accordi segreti che non si poteva raccontare all’opinione pubblica italiana, e neanche a quella internazionale.

FRANCO MAZZOLA, I PALESTINESI, MORO, IL PETROLIO

“A mio avviso, la chiave di molti misteri può anche trovarsi nella battaglia per il petrolio”
Lo affermò Franco Mazzola nel lontano 1991, in una lunga e interessantissima intervista del giornalista del Sabato Rocco Tolfa. Un’intervista in cui si parla di Moro, ma anche di petrolio, di politiche mediorientali, di palestinesi, insomma di tutte quelle cose che  ancora oggi fanno una dannata fatica a entrare nella testaccia  dura di tanti. Un’intervista non idedita, ma colpevolmente dimenticata, che assume una coloritura particolare in questi giorni in cui il libro di Rosario Priore e Valerio Cutonilli sulla pista palestinese per la strage di Bologna sta sollevando un sacco di clamori, mali di pancia e di testa. Con distinguo e sdegnati scrolli di capo.
Mazzola, piemontese, scomparso  a 78 anni il 6 maggio 2014, fu parlamentare democristiano e per molti anni sottosegretario con delega ai servizi segreti. Era considerato uno  dei  maggiori conoscitori delle secrete cose italiane, ma tenne sempre un profilo basso, lasciando intendere molto a chi voleva intendere pubblicando con la protezione dell’anonimato un romanzo intitolato “I giorni del diluvio”, oggi praticamente introvabile. Lascia davvero basiti la quantità di spunti  e interrogativi che questa intervista avrebbe potuto  sollevare. E invece niente. Non erano tempi. Non dovevano essere tempi. Come non dovrebbero esserlo oggi, per qualcuno. Di seguito l’intervista.
Francesco Mazzola, 55 anni, vicepresidente del gruppo Dc al
Senato, è un testimone importante di quello che è accaduto nelle
segrete stanze del potere durante il rapimento Moro. Un testimone
mai ascoltato, neppure dalla commissione Moro. «E questo
dimostra come ha lavorato quella commissione», dice.
In quel marzo ’78 Mazzola era sottosegretario al ministero della
Difesa e partecipava alle riunioni operative che si tenevano al
Viminale. Poi, nei governi successivi, ha avuto la responsabilità
politica dei servizi segreti. E sono gli anni delle bombe sui treni,
della strage di Ustica e di quella alla stazione di Bologna.
Ma il suo nome è legato proprio agli avvenimenti di quella
primavera del ’78 quando le Br realizzarono l’attentato più
clamoroso: il rapimento e l’uccisione del presidente della Dc.
Allora, Mazzola, giovane sottosegretario, partecipava a quelle
riunioni al Viminale. Incontri molto discussi perché tutti i giorni si
vedevano capi dei servizi segreti, responsabili delle forze
dell’ordine, ministri e sottosegretari, per cercare le soluzioni più
efficaci per arrivare alla prigione di Moro. Senza concludere niente.
Quelle riunioni venivano verbalizzate. Ma quando si è andati a
cercarli, si sono trovati quelli fino al 3 aprile. Gli altri spariti. Così si
è saputo che c’era questo giovane sottosegretario che appuntava
su un diario quello che dal suo punto di osservazione privilegiato
vedeva in quei giorni.
Allora si è cercato questo prezioso diario. Ci sono state perfino delle
interrogazioni parlamentari per sollecitare Mazzola a consegnare
questo suo diario. E invece niente. L’esponente della sinistra
democristiana si è giustificato: «Sarà finito in qualche vecchio
solaio».
Poi nell’85 è uscito un romanzo: I giorni del diluvio. Casa editrice:
Rusconi. Autore: anonimo. Il volume è passato inosservato. Poche
recensioni. E presto è scomparso dagli scaffali. Nessuno ha cercato
di capire chi aveva lo aveva scritto.
Eppure l’argomento era davvero interessante. Raccontava
l’operazione Moro in un intreccio tra brigatisti, servizi segreti
stranieri, logge massoniche, interessi petroliferi. Con i protagonisti
tutti riconoscibili: Curcio, Moretti, Cossiga, Berlinguer, Craxi,
Andreotti, Zaccagnini. E poi Gelli, Santovito, Gheddafi, Arafat,
Kissinger, don Antonello Mennini – il prete del caso Moro – e via via
tutti gli altri protagonisti di quei tragici 55 giorni.
Solo nell’88 viene rivelato che quel romanzo lo aveva scritto il
senatore Francesco Mazzola. L’esponente della sinistra
democristiana allora aveva glissato.
Adesso conferma di essere l’autore di quel libro e ha deciso di
raccontare al Sabato come è arrivato a disegnare quello scenario
che a 14 anni di distanza viene fatto proprio dalla Procura di Roma.
Che di recente ha scritto: le Br sono state utilizzate dai servizi
segreti stranieri, soprattutto nel caso Moro.
Cosa ne pensa delle conclusioni a cui sono giunti i giudici
romani?
Sono stato sempre convinto che ci siano state interferenze dei
servizi segreti stranieri nell’attività delle Brigate rosse. Interferenze
che sono passate attraverso i collegamenti internazionali dei
terroristi.
E queste interferenze ci sono state anche nel caso Moro?
Questo non lo so, perché io ho iniziato ad occuparmi dei Servizi
dopo l’uccisione dell’ex presidente della Dc.
Allora che incarico aveva?
Avevo la delega del ministro della Difesa Attilio Ruffini a
rappresentarlo nel comitato tecnico operativo che si riuniva al
Viminale.
Lei sa che sono scomparsi i verbali di quelle riunioni?
Mi ricordo che c’era un funzionario che verbalizzava.
Ma ai giudici sono arrivati solo quelli fino al 3 aprile…
Le riunioni ci sono state fino al 9 maggio, quando il cadavere di
Moro è stato ritrovato in via Caetani.
Perché quei documenti sono scomparsi?
Non lo so.
C’erano delle cose che dovevano restare segrete?
Si faceva il punto sulle indagini, quindi di segreto non c’era niente.
All’inizio si era pensato che fossero scomparsi perché c’era la
traccia della partecipazione di Gelli. Questo è escluso. Il nome di
Gelli è venuto fuori per le riunioni dell’altro comitato, ma escludo
che sia un’ipotesi attendibile.
Adriano Sofri ha raccontato al Sabato che Gelli frequentava
le riunioni di un comitato che si riuniva alla Marina militare.
Temo che su questo ci sia una confusione. Durante quel periodo io,
come sottosegretario alla Difesa, avevo l’ufficio alla Marina militare.
E che cosa sa di questo comitato?
In quel periodo lì non furono fatte riunioni. Lì fu fatta una sola
riunione alla quale ho partecipato e durante la quale il generale
Dalla Chiesa tenne una lezione sulle Brigate rosse, avendo come
uditori i responsabili di Consubim, il gruppo degli incursori della
marina.
Chi erano?
Erano quelli che sarebbero intervenuti nel momento in cui fosse
stata localizzata la prigione dove veniva tenuto l’onorevole Moro.
Quella fu l’unica riunione fatta alla sede della Marina.
Alle riunioni del comitato di crisi che venivano fatte al
Viminale lei prendeva degli appunti?
Allora tutti prendevano appunti, al di là della verbalizzazione che
faceva il funzionario del ministero dell’Interno.
Ma i suoi diari sono particolarmente ricercati. Ci sono state
anche interrogazioni parlamentari al riguardo. Dove sono
finiti?
Forse li avrò da qualche parte.
Ha subito furti strani?
Un paio di volte sono entrati nel mio studio senza rubare niente,
cercando forse delle carte.
Allora sono interessanti?
Qualcosa c’è.
Ci sono gli elementi che la portano a dire che ci sono state
interferenze dei servizi segreti sulle Brigate rosse?
Io ho sempre pensato che il terrorismo fosse frutto della
coincidenza di interessi tra questi terroristi, che immaginavano di
fare la rivoluzione comunista, e quelli del IV direttorato del Kgb.
Di chi?
Di quella sezione dei servizi segreti dell’Urss che aveva il compito di
destabilizzare l’Occidente.
E hanno creato le Brigate rosse?
Io non dico che il Kgb ha inventato il terrorismo. Il terrorismo è
nato per ragioni sue, che poi erano diverse da paese a paese, ma
certamente la loro nascita e la loro attività sono state aiutate e
incoraggiate in questo piano di destabilizzazione che il Kgb ha
attuato in quegli anni.
Come?
Non direttamente. I loro rapporti con i terroristi sono stati mediati
da paesi mediorientali e paesi europei, come la Cecoslovacchia e la
Bulgaria.
Le responsabilità allora sono dell’Est?
Certamente sì, ma non solo. Sono convinto che gli Stati Uniti
abbiano assistito lasciando fare. E non solo nella vicenda Moro. In
una seconda fase l’aiuto è stato determinante, come quando hanno
collaborato alla liberazione del generale americano James Dozier.
Come spiega questo atteggiamento degli Stati Uniti, che pur
erano nostri alleati?
Credo ci fosse una sorta di interesse a vedere in che modo un
paese, considerato il ventre molle dell’alleanza, fosse in grado di
reagire a queste provocazioni e contemporaneamente vedere come
si sviluppava la solidarietà nazionale che avrebbe portato il Pci al
governo.
Non stavano solo a guardare, se Moro, nel ’77, confida ad
Andreotti che aveva l’impressione che ci fossero in azione
servizi segreti di Usa e Urss per bloccare il suo disegno
politico.
Questo giudizio di Moro è credibilissimo. I russi non avevano
interesse a vedere un partito comunista che entrava nell’area di
governo perché ci arrivava sulla scia di uno strappo verso l’Est.
Dall’altro versante gli americani non potevano non essere
preoccupati di vedere un partito comunista in un governo
occidentale.
C’è un’altra testimonianza che vorrei ricordare: quella
dell’ambasciatore Roberto Ducci. Ha scritto che i contrasti
che Moro aveva con Henry Kissinger, allora segretario di
stato americano, riguardavano soprattutto la politica
autonoma del leader democristiano verso i Paesi arabi.
Sì, quello era sicuramente un punto di contrasto. Anche perché alla
fine al centro della discussione c’era la questione
dell’approvvigionamento del petrolio per il nostro paese. E avviarci
ad avere una politica autonoma in questo campo voleva dire
stabilire dei legami con i paesi arabi.
Su questo avveniva lo scontro tra Moro e Kissinger?
Sì, anche perché Kissinger è ebreo e certo non vedeva di buon
occhio un rafforzamento della nostra politica verso i paesi arabi. Poi
negli Stati Uniti la lobby filoisraeliana è sempre stata dominante.
Quindi, più che per il Pci al governo, Moro dava fastidio per il
suo progetto in politica estera.
Credo che sia la componente che ha pesato nella decisione degli
Usa di ostacolare il disegno politico di Moro. Anzi, a mio avviso, la
chiave di molti misteri può anche trovarsi nella battaglia per il
petrolio.
Quali altri misteri?
Io non sono riuscito a dare una spiegazione logica delle stragi
avvenute in Italia. Mettere le bombe non rientrava nel disegno
politico del terrorismo di sinistra che puntava a colpire in modo
mirato, e non nel mucchio.
Ma in quello della destra sì.
Certo, le bombe “nere” ci sono state. Ma non solo. Probabilmente
c’è stato qualcosa di più.
Che cosa?
Si può ipotizzare una lotta tra servizi segreti, tra fazioni filoarabe e
filoisraeliane, soprattutto. Finché non avremo chiarito la politica
dello stragismo non avremo un’idea precisa di quello che è
avvenuto in questo paese. Una chiave per capire la storia dei nostri
servizi segreti di questi anni può essere proprio quella dello scontro
tra filoarabi e filoisraeliani. A cominciare dal famoso conflitto tra il
generale Vito Miceli, capo del Sid e filoarabo, e Gian Adelio Maletti,
leader della fazione filoisraeliana all’interno del servizio segreto.
Ma quello scontro risale al ’74. Dopo come si sono schierati?
In un mondo in cui c’erano i due blocchi, come nel ’78, sui nostri
agenti alla fine pesava la dipendenza americana.
Questo poteva avvenire anche in contrasto con la politica
portata avanti dal leader del partito di maggioranza nel
paese?
Certo, c’è una politica estera dei Servizi che spesso è diversa da
quelle dei governi. Hanno una loro politica.
Vuole dire che rispondono ad altre centrali?
Sì, seguono logiche che sono loro. Che possono essere convergenti
o divergenti da quelle dei governi.
E quando sono divergenti?
Molte vicende hanno dimostrato che vanno avanti per la loro
strada.
In questo scenario lei ambienta il suo romanzo sul
rapimento Moro…
Sì. In quel romanzo, che rappresenta un divertissement e che io ho
scritto anonimo, questa tesi c’è tutta. Però la mia è un’opera di
fantasia.
Fantasia mica tanto.
Ho scritto quello che, con le conoscenze che ho acquisito dopo il
rapimento del presidente della Dc e le riflessioni che ho fatto, ho
immaginato potesse essere successo durante quei tragici giorni.
Nel suo libro lei parla dei contatti tra le Br e i palestinesi. E
racconta che attraverso i terroristi mediorientali i nostri
servizi segreti erano arrivati alle Br.
È una deduzione logica. Nell’area del Vicino Oriente avevamo
l’unico vero agente segreto che l’Italia abbia avuto: il colonnello
Stefano Giovannone. Di lui non si sapeva bene fino a che punto
fosse un nostro agente infiltrato tra i palestinesi oppure un agente
palestinese infiltrato nei nostri servizi segreti. Questo prova però
che era bravissimo. Era coinvolto ad un tale livello che i due confini
sfumavano. Comunque in quell’area dominava.
Lo scenario che lei descrive nel suo romanzo, del
coinvolgimento dei palestinesi per arrivare alle Br, coincide
con le indicazioni date al comitato di crisi da uno dei
consiglieri di Kissinger, Steve Pieczenik, in quei giorni al
Viminale.
Io quel documento non lo conoscevo e non lo conosco tuttora.
Nel romanzo racconta anche l’utilizzo delle Br da parte dei
servizi segreti durante il sequestro Moro.
Sono convinto che le Br siano state usate, spesso anche a loro
insaputa. È una conclusione a cui sono giunto molti anni dopo quel
tragico avvenimento. Allora non mi resi conto di nulla.
Non si rese conto nemmeno del ruolo che allora aveva il
capo della P2 Licio Gelli, che nel suo romanzo è descritto
così bene?
Per questo ho attinto al materiale raccolto dalla commissione P2.
A che cosa in particolare?
Si sono fatte tante considerazioni sulla P2, ma la più credibile è che
fosse un punto di riferimento dei Servizi americani, la componente
maggiormente affidabile per i servizi segreti Usa.
Un’ultima domanda: quante copie ha venduto il suo libro?
La prima tiratura fu venduta tutta. E l’editore stranamente non
ritenne di farne altre.
Perché?
Secondo me quei libri non furono venduti tutti, furono tolti dalla
circolazione.
Da chi?
Non lo so, anche se sarei curioso di vedere se non ce ne sia per
caso qualche copia negli scantinati dei nostri Servizi.

SANTA INGENUITA’

Ingenuo. Sono stato ingenuo. Sperare che Abu Bassam Sharif rispondesse, era troppo. Al primo contatto però, quando gli spiegai che stavo scrivendo un libro sull’attentato di Settembre Nero ai depositi petroliferi costieri di Trieste, la mail che mi diede mi illuse sulla sua effettiva volontà di chiarire i misteri attorno a quella storia, che poi ho comunque cercato di dipanare con il mio “Il fuoco e il silenzio”.

Anche perché Sharif, dopo essere stato l’uomo immagine del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, l’uomo poco sotto Wadi Haddad e George Habbash, il reclutatore di Carlos, l’organizzatore dei dirottamenti di Zarka, dopo aver seriamente rischiato di lasciarci le penne in un attentato (un libro di memorie di Che Guevara recapitatogli nel suo ufficio a Beirut gli esplose in faccia) nel luglio 1972, proprio pochi giorni prima dell’attentato di Trieste, e soprattutto dopo la sua “conversione” su posizioni meno estremiste, messa nero su bianco con il libro a due mani “Il mio miglior nemico”, scritto con l’ex agente israeliano del Mossad Ubi Manhaimi, sembrava essere l’uomo che poteva spiegare. Se non tutto, molto. Io gli chiesi se potevo mandargli delle domande, lui mi lasciò la mail. Io scrissi le domande, gliele mandai, Abu Bassam Sherif non ha mai risposto. Ora, a libro scritto, orfano delle informazioni (che potrei ritenere “preziosissime”) che non ho ricevuto da lui, o che poi sono stato costretto, in parte, a ricavare da altre fonti, sotto trovate le domande che gli ho scritto.

Abu Bassam Sharif negli ultimi anni è stato spesso interpellato da giornalisti italiani, e a volte ha risposto. Ammettendo in generale l’esistenza del Lodo Moro

http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_14/lodo_moro_sharif_a89227b4-69d2-11dd-af27-00144f02aabc.shtml

raccontando particolari più o meno importanti sul ruolo dei palestinesi nel tentativo di salvare in extremis Aldo Moro

http://www.corriere.it/cronache/16_maggio_15/sequestro-moro-allarme-palestinesi-2201a348-1ad5-11e6-bdfe-4c04a6b60821.shtml

Ma senza dare mai la sensazione di raccontare tutto. E’ suo diritto. Come è stato suo diritto non rispondere alle domande sull’attentato di Trieste. Peccato, perché sarebbe stato un importante contributo a quella verità, i veri rapporti fra palestinesi e stato italiano, che ancora non è uscita completamente fuori. E che ci direbbe molto sugli ultimi 40 anni della storia italiana.

Qui sotto, le domande.

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Dear Mr Sharif,

here again Giuliano Sadar, RAI Radio Televisione Italiana journalist. I wrote you telling I am writing a book about the bomb attack alleged by a Black Septenber group headed by Mohamed Boudia at the TAL oil tank in Trieste, Italy, the 4 August 1972. Thank you again for your helpfulness, if possible.

Here you find some questions I would like to submit to your attemption, regarding the matter I am dealing with.

 

  • Can you confirm me that the bomb attack was a Black September venture?
  • Which were actually the real joints between Black September and FPLP and OLP? Who kept the contacts?
  • Was really Black Septemper an organization composed by single isolated 4 person cells?
  • Is it true that the Trieste attack was organized by Abu Assam Salameh and leaded by Mohamed Boudia?
  • I read, but without any confirmation, that the headquarter for the operations for the Trieste attack was in Geneva. Is it possible to have any confirmation about that?
  • The authors of the attack were identified in 4 persons: two French women Marie Therese Lefebvre and Marie Paule Jurilli, Mohamed Boudia and Chaban Kadem. Apart from Boudia, killed by Mossad the June 1973, the two women and Kadem were captured in Paris for the killing of a Jordanian journalist in Autumn 1972, and then released. The Italian investigators could not find them anymore. Do you have any information about the mystere of the destiny of Lefebvre, Jurilli and Kadem who really disappeared?
  • About Chaban Kadem: I read he was alleged involved in the killing of Wael Zwaiter in Rome, the 16 October 1972, and wanted by the Italian Police. It looked very strange to me, but I also readed that the operation was managed by Mossad agents and some Palestinians. Can you tell me more about that?
  • About the disappearing of Lefebvre, Jurilli and Kadem, it looks something like an agreement was in charge between French goverment and OLP( or FPLP) about the Palestinian actions, something like the “lodo Moro”. Could you confirm me the truthfullness of this theory?
  • How many people were in the Palestinian group that made the attack in Trieste? The 4 condamned were of course too few for that kind of operation.
  • Did they have any contact with local/Italian groups for the operation, concerning explosive supply, personnel supply or any kind of help?
  • Did at that time FPLP already have contacts with Red Brigades?
  • Was the Italian Rita Porena involved in theTrieste operation?
  • The magistrate who investigated about the Trieste attack, told my colleague that Ilich Ramirez Sanchez, Carlos, was in some ways involved in the operation, and that he was guest in a hotel of Trieste (Europa Hotel)the days of the attack. Being Carlos working with Mohamed Boudia at that time in Paris, this theory doesn’t look so funny. Can you confirm me something about that?
  • That’s all Mr Sharif.Thank you very much for your attention, I would thank you so much again if yu could give me some information.
  • Best regards!
  • Giuliano Sadar
  • PS: If you have any questions or curiosity, please don’t exhitate to contact me.

Il Lodo preso a “sportellate”

 

Ci pareva infatti di correre troppo. Dopo anni di frenate, sordine, silenziatori, quando solamente accennare a ipotesi di intese fra palestinesi e governo italiano sollevava sdegnate rimostranze, quando la grande stampa ne parlava poco e quando ne parlava lo faceva senza convinzione, con articoli nelle pagine interne e titoli in taglio basso, ci è voluto un manipolo di giovani parlamentari, molti di loro appartenenti al Movimento 5Stelle, sicuramente meno esperti dei loro predecessori delle defunte Commissioni Stragi e Moro, per aprire le acque. Che, infatti, si stanno già chiudendo. I cosiddetti scettici, gli anticomplottisti in servizio permanente dicevano: dateci la prova che esiste il Lodo Moro, dateci la prova che esisteva un accordo che salvaguardava il nostro paese da attentati in cambio di inconfessabili concessioni! E la prova è arrivata, scovata in un nascosto archivio di Forte Braschi proprio dai membri della Commissione e fatta propria a gran fatica, con un documento sismi del 18 febbraio 1978 in cui il colonnello Giovannone, capocentro sismi a Beirut e uomo chiave nei bollenti anni del terrorismo palestinese esteso in Europa e di Pace in Galilea, accenna testualmente a “confermati impegni miranti escludere nostro paese da piani terroristici (vedi il documento in questo blog nel post “Il Lodo svelato (un paese normale))”.

Anche il giudice Carlo Mastelloni, ora procuratore capo a Trieste, in un’intervista sulla Stampa a Francesco Grignetti

http://www.lastampa.it/2016/05/24/cultura/cos-nel-bloccammo-un-golpe-contro-gheddafi-rASfUnUDqFIa6U8SuViglI/pagina.html

parla addirittura di un altro Lodo, risalente al 1970, che coinvolgeva Gheddafi. Subito dopo, un gruppo di giornalisti e storici, (compreso chi scrive) prima firma il giudice Rosario Priore, ha inviato una richiesta al presidente del Consiglio Renzi di permettere la desecretazione totale dei documenti ancora nascosti riguardanti i rapporti fra Italia e movimenti palestinesi. Documenti che potrebbero finalmente permettere di far definitiva luce su vicende importantissime, dal biennio di attentati 1972-72, iniziato con l’attentato alla Siot di Trieste sino alla prima strage di Fiumicino, dalla scomparsa a Beirut dei giornalisti ItaloToni e Graziella de Palo, sino alla strage di Bologna. Fare in definitiva quella luce, che interessi politici e strategici non hanno sinora permesso. Ma le cose non sono così facili, e il fuoco di sbarramento è già iniziato. generale Armando Sportelli, in un’intervista a Libero (appena entrato nell’orbita di Renzi con cambio di direttore e il ritorno di un Vittorio Feltri folgorato sulla strada di Damasco), diffusa sui social da Giacomo Pacini, ci pensa bene a depotenziare tutto. parlando di accordi, ma negando ci fosse una vera e propria strategia nazionale, mettendosi di traverso a Mastelloni e parlando di un semplice impegno di sostenere le “ragioni” palestinesi nei consessi internazionali. Impegno che Arafat avrebbe accettato con soddisfazione senza chiedere niente di più. “Noi offrimmo in cambio appoggio politico affinché l’OLP fosse riconosciuta dalla Comunità Economica Europea. Fu l’unica moneta di scambio”. L’OLP, appunto.Ma gli altri? Il Fronte Popolare di Liberazione Palestinese di George Habbash e Wadi Haddad, ben più vicino a Settembre nero del titubante Arafat? Il generale glissa. E lascia capire che sul Lodo si sono fatti infiniti film a colori. Sul Lodo e, di conseguenza, sull’ipotesi di coinvolgimento palestinese nella strage di Bologna. Che forse, anzi probabilmente, è la vera posta in palio in tutta questa storia che tante resistenze ancora trova chi la vuole dipanare.

Patto moro Arafat Sportelli 1Patto Moro Arafat Sportelli 2

L’ombra del Lodo si è allungata sino a noi

Tanto tuonò che piovve. Il documento del 18 febbraio 1978, in cui il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del SISMI a Beirut e interfaccia fra il nostro paese e i movimenti palestinesi, accenna ai “confermati impegni miranti escludere nostro paese da piani terroristici”, sta scatenando il giusto clamore. Dopo che per decenni, la strategia del manzoniano Conte zio –  troncare, sopire, silenziare – e indicare i circoli atlantici come i responsabili di tutte le nefandezze accadute in Italia, aveva trovato sostenitori tutt’altro che disinteressati. Ora le carte si stanno sparigliando: la nuova Commissione Moro, composta in gran parte di elementi forse meno preparati, ma sicuramente portatori di meno interessi inconfessati che la precedente, sta mettendo le mani in marmellate che sinora avevano tappi ermeticamente chiusi. Senza saperlo, forse. Ma chi se ne importa. Importa che ora il vaso di Pandora vendga scoperchiato . E quella lunga vicenda che in Italia iniziò il 4 agosto 1972 con l’attentato ai depositi petroliferi costieri di Trieste, per continuare con una serie di attentati palestinesi caduti nell’oblio, passando per la Strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, per il rapimento Moro, per l’attentato alla sinagoga di Roma, per la seconda strage di Fiumicino e arrivare, chissà, sino alla strage di Bologna, ora è immersa in nebbie un po’ meno fitte. Una storia, quella dei rapporti inconfessati fra terrorismo palestinese e stato italiano, che in questi anni un gruppo di studiosi e storici ha cercato di leggere uscendo dalla correttezza politica del “tutto colpa della Cia”. Fra questi Gabriele Paradisi, autore di libri importanti e scomodi, citiamo fra gli altri “Dossier strage di Bologna: la pista segreta”, “Periodista di la verdad!”, e il recente “La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973”, assieme al giudice Rosario Priore. Libri su nodi delicatissimi, che tocchiamo in questa nostra chiacchierata con Gabriele, partendo proprio dal titolo del suo ultimo lavoro.

La-strage-di-Fiumicino

Una strage “dimenticata”. Già il titolo del libro è una denuncia. Chi ha “dimenticato” la strage di Fiumicino, e come mai?

«La strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973 solo i parenti e gli amici delle vittime non l’hanno dimenticata. È triste affermarlo, ma è così. A distanza di 40 anni e oltre i familiari piangono ancora da soli i loro cari senza che un ricordo collettivo, una memoria condivisa, abbiano potuto alleviare anche solo di poco la loro pena. Le commemorazioni pubbliche delle stragi – pensiamo solo al rito civile che dal 1980 si ripete a Bologna, con cortei, discorsi e persino polemiche – possono comunque servire alla lenta, dolorosa elaborazione del lutto. Per Fiumicino ’73 così non è stato. In primis sono state le istituzioni repubblicane a voler rimuovere quell’evento così scomodo, poiché dietro di esso si nascondevano relazioni ancora oggi inconfessabili e “giustificabili” solo con la “ragion di Stato”. Io credo però che una colpa, forse ancora maggiore, se la debba accollare la cosiddetta “libera stampa”. Il mondo dell’informazione nostrana, pressoché al completo, tradendo lo spirito del vero giornalismo, preferì ben presto guardare altrove. I palestinesi e la loro causa erano icone in quegli anni e andavano preservate anche a costo di oscurare una tragedia come quella di Fiumicino o ignorare anni dopo, ad esempio, la scomparsa in Libano dei giornalisti (di sinistra) Italo Toni e Graziella De Palo. Abbiamo poi visto che anche al di fuori del nostro Paese quella strage, dopo lo sdegno iniziale, finì nel dimenticatoio. Gli Stati Uniti, che avevano perso 17 loro cittadini, nemmeno un anno dopo i fatti non mossero un dito per evitare la liberazione dei responsabili dell’eccidio».

Altri tragici eventi della storia d’Italia come le stragi di Piazza Fontana a Milano, Piazza della Loggia a Brescia e quella della Stazione di Bologna, ogni anno sono giustamente ricordate e commemorate. Una differente attenzione che salta all’occhio in modo evidente, Ma non è stato così per più di 40 anni. Come è possibile tale miopia?

«Le stragi che vengono regolarmente commemorate in Italia e rievocate puntualmente con articoli, saggi, libri, documentari, film, rientrano tutte d’ufficio, almeno nella vulgata, in quello schema che ritiene di spiegare tutte le nefandezze avvenute nella nostra storia repubblicana. Mi riferisco alla cosiddetta “strategia della tensione”, quell’impianto che potrebbe anche essere sintetizzato con la locuzione “eversione atlantica”, ovvero un progetto criminale finalizzato a mantenere saldamente il nostro Paese nell’alveo occidentale. Alla testa di questo mostruoso disegno eversivo, che taluni ritengono ancora in essere, si troverebbero i cosiddetti “circoli oltranzisti atlantici”, ovvero un diabolico intreccio che vede insieme la Cia, i settori più conservatori della politica americana e nostrana, la massoneria, la Nato, i “servizi deviati”, le mafie, la criminalità organizzata e infine, ultimo anello della catena, i neo fascisti, soggetti senza scrupoli disposti a mettere le bombe, seminando il terrore e inducendo i cittadini impauriti a chiedere misure speciali, inibendo così sul nascere qualsiasi alternativa riformista, progressista e democratica. Sulla “strategia della tensione” vi sono diverse scuole di pensiero, c’è chi la ritiene circoscritta negli anni 1969-1974 (piazza Fontana – piazza della Loggia e Italicus), chi invece ritiene che inizi addirittura nel 1947, con la strage di Portella della Ginestra ad opera della banda Giuliano e sia tutt’ora in essere. Questo è il pensiero dominante, sviluppatosi nei decenni grazie ad una egemonia culturale di segno ben preciso. Una sorta di “frame”, di cornice, all’interno della quale far rientrare tutte le stragi, comprese quelle ancora oggi irrisolte del tutto o parzialmente. Evidentemente la strage di Fiumicino del 1973, ad opera di un commando palestinese, non può entrare nel “frame”, dunque va ignorata: che si perda pure nell’oblio».

Strage Fiumicino notte
La strage di Fiumicino appare a uno sguardo distratto come un episodio inspiegato e inspiegabile. In verità giunge in un momento molto delicato della situazione internazionale: subito dopo la guerra del Kippur, subito prima della Conferenza di Pace di Ginevra. E soprattutto dopo una serie lunghissima di episodi di terrorismo, sequestri di armi, attentati sventati, che in Italia inizia con l’attentato alla tank farm petrolifera di Trieste il 4 agosto 1972. È possibile tirare un filo di questa storia, su cui invece alcun filo è mai stato tirato?
«Io credo che tutto ebbe inizio nell’estate del 1968, quando il Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash e Wadi Haddad (formazione marxista all’interno dell’Olp), decise di esportare il terrore al di fuori dei confini di Israele. Il dirottamento ad Algeri di un Boeing della compagnia israeliana El Al, partito proprio da Fiumicino il 23 luglio 1968, dette inizio ad una campagna che coinvolse un po’ tutta l’Europa ma non solo. Habbash nel 1970 dichiarò che il dirottamento di un aereo civile di un Paese occidentale era più utile alla causa palestinese poiché suscitava maggior clamore dell’uccisione in battaglia di 100 soldati israeliani. Da quel giorno commandos palestinesi cominciarono a scorrazzare per il mondo mettendo a rischio la sicurezza di tanti innocenti. Dal luglio 1968 al dicembre 1974, mese in cui i cinque terroristi di Fiumicino tornarono in libertà, si contano almeno 50 gravi episodi terroristici messi in atto da formazioni palestinesi, Fplp in primis. Questa situazione mise in gravi difficoltà le cancellerie occidentali. Ogni volta che venivano arrestati dei terroristi che avevano effettuato un attentato o lo avevano tentato, nel giro di poco tempo interveniva un’altra azione armata durante la quale, ricattando i governi, veniva chiesta la loro liberazione. Ogni Paese quindi cercò di prendere, diciamo così, delle “contromisure”. In altre parole si finì per usare la massima indulgenza possibile nei confronti dei terroristi. Il nostro Paese attivò una vera e propria diplomazia parallela, cercando di scongiurare questi pericoli. Tale metodo, noto anche come “lodo Moro” – lo statista democristiano ricoprì spesso in quegli anni il ruolo di ministro degli Esteri – in effetti salvaguardò per almeno un decennio l’Italia. La nostra penisola in cambio fu utilizzata dai palestinesi come piattaforma per il transito dei commando, ma anche per il deposito dei loro arsenali, con il beneplacito dei nostri servizi e con l’appoggio logistico delle organizzazioni terroristiche nostrane».
Si è parlato di Settembre Nero. Ma Settembre nero non era già un’organizzazione in disarmo a fine 1973?
«Settembre nero fu costituita nell’ottobre 1970 a Beirut, dai leader di diverse formazioni palestinesi, Olp e Fplp comprese. Questa organizzazione fu fondata con lo scopo di colpire re Hussein e la sua dirigenza per vendicare i massacri e la cacciata dei palestinesi dalla Giordania, avvenuta appunto nel settembre 1970, in seguito ai dirottamenti di Dawson’s Field. Il 5 e 6 settembre 1970 nei cieli dell’Europa e del Medio Oriente furono dirottati quasi contemporaneamente cinque aerei occidentali, tre dei quali furono fatti atterrare in una vecchia pista britannica nel deserto di Zarqa a quaranta miglia da Amman. Seguirono alcuni giorni di trattative con i governi occidentali che detenevano nelle loro carceri terroristi palestinesi. Dopo aver ottenuto ciò che volevano e dopo aver liberato i passeggeri, i tre velivoli sequestrati vennero fatti saltare e distrutti. Quell’episodio costituì la goccia che fece traboccare il vaso della pazienza del regno hascemita, che da anni ospitava i palestinesi. Questi avevano ormai invaso ogni ambito della società giordana, rendendo la situazione non oltre tollerabile. L’epilogo dei dirottamenti di Dawson’s Field fu il pretesto giusto per saldare i conti. Le cronache giordane parlarono di 1500 morti, quelle palestinesi di almeno 10.000, fatto sta che la Giordania cacciò tutte le organizzazioni palestinesi dal suo territorio. Con la sigla Settembre nero, vennero firmati molti gravi attentati, tra cui la strage alle Olimpiadi di Monaco di Baviera nel settembre 1972. Ma la vendetta di Settembre nero nei confronti della Giordania si compì, nel novembre 1971, con l’uccisione al Cairo del primo ministro Wasfi Tal. Nel 1973, Settembre nero era già stata di fatto sciolta e le singole organizzazioni avevano ripreso le loro azioni in totale autonomia».
In ogni caso è stata una vicenda dalle caratteristiche molto singolari. Non realmente rivendicata, in cui gli stessi terroristi sembravano non saper come venirne fuori. È un caso questa singolarità, o si spiega in qualche modo?
In effetti non è facilmente spiegabile la strage del 17 dicembre 1973. Tanto per dire l’aereo della Pan American, su cui morirono 30 delle 32 vittime complessive, si trovava ancora sulla pista al momento dell’attacco, solo perché era in forte ritardo. Se fosse partito all’orario previsto nulla sarebbe accaduto ai suoi passeggeri. Questo per dire che sicuramente quell’aereo non era l’obiettivo dei terroristi. Io penso che il commando avesse programmato un’azione per boicottare la Conferenza di Ginevra che sarebbe cominciata pochi giorni dopo, ma qualcosa andò storto. Il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, in quei giorni viaggiò intensamente tra Medio Oriente ed Europa in vista della Conferenza di pace. Non è da escludere che fosse lui l’obiettivo. In Libano ad esempio, venne fatto atterrare non a Beirut, ma in altro aeroporto proprio per timore di un attentato. L’aeroporto internazionale di Fiumicino era utilizzato come un hub dai palestinesi che partivano spesso proprio dallo scalo romano per mettere in atto le loro operazioni armate in giro per il mondo. Forse doveva essere così anche quel giorno. Il commando di Fiumicino sicuramente faceva capo ad Abdel Ghaffour (Abu Mahmoud), protetto dalla Libia. Quel gruppo, insieme a quello di Abu Nidal, protetto dall’Iraq, cercava di contrastare la politica più moderata di al-Fatah. Va comunque sottolineato che nonostante le diversità e le contrapposizioni tra i vari gruppi palestinesi (di lì a pochi mesi, proprio con l’uccisione a Beirut nel settembre 1974 di Ghaffour, cominciò una lotta intestina senza quartiere), esisteva una sorta di complicità tra tutte le componenti della galassia palestinese. All’Olp faceva comunque comodo che schegge impazzite o gruppi fuori controllo compissero azioni contro gli interessi israeliani e americani. Così si spiega, ad esempio, il trattamento riservato dall’Olp ai cinque di Fiumicino quando, nonostante i duri propositi iniziali sbandierati a ridosso della strage, essi saranno liberati nel dicembre 1974 senza clamore e senza alcuna sanzione palese».
Vittime Fiumicino
Gheddafi. Ora che è stato ucciso, tutti a piangere la mancanza di un fattore di stabilizzazione nel Medio Oriente. Ma in passato è stato al contrario un fattore molto destabilizzante. Il finanziamento e quindi l’ideazione del 17 dicembre 1973, secondo lei, può venir con certezza ascritta a lui tramite l’organizzazione di Ghaffour, fuoriuscito da Settembre Nero?
«Confermo. Gheddafi in particolare negli anni ’70 (egli andò al potere nel settembre 1969), cercò di proporsi come leader del mondo arabo, erede dell’egiziano Nasser (morto nel settembre 1970). Egli pensò che una via rapida per raggiungere i suoi obiettivi potesse essere quella di sfruttare un elemento a cui le società arabe erano alquanto sensibili, ovvero la lotta del popolo palestinese. Per scalzare il ruolo centrale di Arafat, egli finì per appoggiare i gruppi più radicali e coloro i quali, come Ghaffour e Nidal, avevano abbandonato le file di al-Fatah proprio in disaccordo con la politica più moderata dell’Olp. Da qui dunque il finanziamento del terrorismo senza peraltro nasconderlo più di tanto. Ricordiamo ad esempio come la Libia accolse trionfalmente, nell’ottobre 1972, i tre superstiti della strage alle Olimpiadi di Monaco di Baviera, che erano stati liberati dalle autorità tedesche, per evitare ritorsioni, in seguito ad un dirottamento di un aereo Lufthansa».
Qualcuno ha messo in dubbio l’esistenza, e la consistenza, del “lodo Moro” proprio perché la strage è stata compiuta probabilmente ad accordo già in azione. Secondo lei oltre al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il cosiddetto “lodo” “copriva” altre organizzazioni?
«Anche i pm di Bologna, che hanno indagato per quasi dieci anni sulla pista palestinese per la strage del 2 agosto 1980, hanno ritenuto, nel luglio 2014, inconsistente il cosiddetto “lodo Moro”, poiché privo di riscontri documentali. Evidentemente se qualcuno si aspettava di trovare un accordo scritto e ufficiale tra il governo italiano e le organizzazioni palestinesi, era ed è sicuramente fuori strada. In verità in un documento dei nostri servizi, datato 18 febbraio 1978, si dice esplicitamente che «l’FPLP opererà in attuazione confermati impegni miranti escludere nostro paese da piani terroristici». Dunque un accordo, anche se “non scritto”, per evitare azioni nel nostro territorio o contro nostri interessi, esisteva. Io credo però che si debba parlare più correttamente di “diplomazia parallela”. In altre parole si instaurò, fin dall’estate del 1972 (credo che l’attacco all’oleodotto Trieste-Ingolstad sia stato l’episodio chiave che accelerò questo processo), un fitto intreccio diplomatico tra alcuni nostri apparati, Moro regista, e l’Fplp. Infatti era questo il gruppo più attivo e pericoloso, che aveva, come già detto, deciso di esportare il terrorismo fuori dai confini del Medio Oriente, quindi era l’Fplp il vero interlocutore a cui rivolgersi. Ma l’Fplp era pur sempre un gruppo all’interno dell’Olp, l’organizzazione più importante che di lì a poco sarebbe stata riconosciuta come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. Dunque trovare un modus operandi con l’Fplp significava in qualche modo vincolare all’accordo anche le altre componenti della galassia palestinese, gruppi dissidenti esclusi, ovviamente. La strage di Fiumicino del 1973, come ho già detto, fu probabilmente un evento imprevisto e messo in atto da un commando che forse doveva solo transitare dallo scalo romano e che per qualche ragione che non sappiamo perse il controllo della situazione. Il fatto che l’antiterrorismo quella mattina fosse impegnato a controllare un buco nella rete di recinzione dell’aeroporto a diversi chilometri di distanza e che ai cancelli degli imbarchi ci fossero solo sei giovanissime guardie, forse potrebbe significare che il transito di quel commando era noto e andava salvaguardato. A tal riguardo vorrei riportare le parole di Abu Anzeh Saleh, il responsabile dell’Fplp in Italia, che nel 2009 ha rilasciato un’intervista ad Arab Monitor in cui, oltre a confermare l’esistenza di un “lodo”, dichiara: “Io posso dire che c’era effettivamente un accordo ed era tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fu raggiunto tramite il Sismi, di cui il colonnello Stefano Giovannone, a Beirut, era il garante. Non era un accordo scritto, ma un’intesa sulla parola. Lui ci aveva dato la sua parola d’onore, come dite voi, e noi gli abbiamo assicurato che non avremmo compiuto nessuna azione militare in Italia, perché l’Italia non rivestiva alcun interesse militare per il Fronte, e anche perché il popolo italiano era noto come amico dei palestinesi. In cambio Giovannone ci riconobbe, diciamo, delle facilitazioni in base alle quali si concedeva al Fronte la possibilità di trasportare materiale militare attraverso Italia. L’accordo fu fatto nei primi anni Settanta tra Giovannone e un esponente di primissimo piano del Fronte, il quale è tuttora presente sulla scena pubblica e non voglio nominarlo. Tutte le volte che c’era un trasporto, Giovannone veniva avvisato in anticipo. Non ci dava mai una risposta subito, ma dopo un paio di giorni. Penso che prima consultasse i vertici del Sismi (prima Sid) a Roma”».
Spesso si confonde la strage del 1973 con la seconda, sempre a Fiumicino, del 1985, ugualmente tragica, ma meno cruenta nei numeri. Sgombriamo il campo da equivoci: un unico problema, sempre lo stesso, ma contesti e attori molto diversi
«La strage all’aeroporto di Fiumicino del 27 dicembre 1985, che causò 13 morti compresi tre terroristi, avvenne in contemporanea con un’analoga azione che si compì all’aeroporto di Vienna (quattro morti tra cui un terrorista). Il duplice attacco fu opera di commando appartenenti al gruppo di Abu Nidal. Questi, protetto dall’Iraq e dalla Libia, era stato amico di Ghaffour; poco prima dell’uccisione di quest’ultimo, nel settembre 1974, i due si erano incontrati con l’intento probabile di unire le forze e le strategie. L’azione di Roma ebbe come obiettivo i banchi della compagnia di bandiera israeliana El Al e quelli dell’americana TWA. Questo episodio, nell’ambito del “lodo Moro”, potrebbe definirsi la “variante di Cossiga”, ricordando ciò che l’ex presidente disse a proposito della strage alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 (in cui morì Stefano Gaj Taché, un bimbo di due anni), ovvero che “i palestinesi in virtù del lodo non avrebbero toccato interessi italiani ma che gli ebrei erano esclusi dall’equazione”».
Strage Fiumicino Feriti
Il dramma palestinese. Secondo lei l’utilizzo della violenza per una lotta di liberazione che aveva le sue forti ragioni era in parte giustificato, come dicevano e dicono ancora in molti anche in Italia? Consideriamo, se non vogliamo essere ipocriti, che neppure gli Stati nazionali, quando si tratta di proteggere i propri interessi, vanno tanto per il sottile…
«È una domanda a cui è molto difficile rispondere. La violenza fa parte delle lotte di liberazione o di indipendenza, così come non si può escludere nelle guerre tra eserciti. Ma io credo che il terrorismo, lo stragismo, che colpisce prevalentemente persone innocenti e ignare, in maniera indiscriminata, sia una violenza difficile da giustificare, qualunque sia la motivazione di fondo».
Anche il Mossad, quindi Israele, in quegli anni non era rimasto a guardare…
«Abbiamo visto che la “ragion di Stato” spesso fa compiere ai governi atti che vanno ben oltre i limiti della legalità. Israele si trova, fin dalla sua costituzione, in prima linea, accerchiato da Paesi arabi ostili, alcuni dei quali non riconoscono nemmeno il suo diritto all’esistenza. Israele ha subito attacchi di eserciti a cui ha sempre risposto militarmente con Tsahal ma ha dovuto anche affrontare un terrorismo diffuso, a cui ha risposto con un’efficacissima attività d’intelligence grazie al Mossad. Anche l’Italia è stata teatro di azioni organizzate e realizzate dai servizi dello Stato ebraico. La più eclatante fu l’omicidio di Wael Zwaiter, il 16 ottobre 1972, primo anello della catena di ritorsioni dopo la strage delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del settembre precedente. Non possiamo però nemmeno dimenticare che Israele è comunque un Paese democratico, con una stampa libera, con partiti che rappresentano tutte le posizioni politiche e le sensibilità; un Paese dove la società civile ha un ruolo e un peso non irrilevante di controllo e di denuncia di eventuali eccessi».
Torniamo per un momento alla cosiddetta strategia della tensione. Come mai, secondo lei, ancora oggi a quasi 30 anni dalla caduta del muro, si fa ancora tanta fatica a prendere atto che non tutto il terrorismo in Italia aveva origine atlantica?
«Credo che ciò sia dovuto al fatto che nel nostro Paese, fin dalle origini repubblicane, esiste, come ho già ricordato, una egemonia culturale di un colore ben preciso. Ciò credo sia innegabile. Chi non ha mai completamente elaborato il collocamento dell’Italia nell’Occidente liberale, ha saputo trasmettere e diffondere questo sentimento. Pensiamo alle campagne di stampa contro l’imperialismo americano (dalla guerra di Corea, al Vietnam fino all’Iraq) contrapposte a un’indulgenza, spesso imbarazzante, nei confronti delle azioni interne ed esterne operate dal blocco sovietico. La strategia della tensione è lo schema che sintetizza tutto ciò. Non importa se in ultima analisi nessun tribunale che si è occupato delle stragi sia riuscito a dimostrarlo: nell’inconscio collettivo si è radicata questa convinzione».
Una chiosa finale, su cui vorrei il suo parere. Oggi anche la lotta liberazione palestinese ha mutato motivazioni ideologiche. Negli anni ’60, ’70 e ’80 c’era l’Olp, organizzazione aconfessionale, c’era l’Fplp, marxista, c’era l’Fdplp, maoista. Poi i palestinesi si sono messi nelle mani di Hamas, oggi all’orizzonte c’è l’integralismo islamico. Gli autori di attentati sembrano altri. E qualcuno dice che l’assenza di azioni sul nostro territorio sia figlia di un qualche accordo a sua volta figlio del “lodo”. Fantapolitica?
«Le ideologie sono indispensabili per motivare qualcuno a compiere atti pericolosi o addirittura estremi. Negli anni ’70 e ’80, il marxismo era, per la causa palestinese, l’ideologia ideale in quanto suggestionava ampie schiere di giovani occidentali ed era perciò molto più facile raccogliere simpatie ma anche aiuti concreti. Le collaborazioni militari tra i gruppi rivoluzionari europei e le organizzazioni palestinesi sono un dato di fatto. Tutto ciò si traduceva poi anche in una sorta di sentimento giustificatorio o comunque di indulgenza nei confronti delle azioni terroristiche messe in atto dai commando palestinesi. L’oblio in cui è caduta la strage di Fiumicino ma anche decine di altri episodi di inaudita gravità è figlio di questo atteggiamento. Oggi, col declino e la fine delle ideologie, il fondamentalismo religioso è diventato il nuovo riferimento, ma io ci vedo sempre l’uso strumentale. L’integralismo islamico è funzionale ai progetti terroristici.
Per quanto riguarda l’ultima questione, ritengo sia plausibile che i buoni rapporti tra i nostri governi e il mondo arabo in senso lato si siano mantenuti nel tempo così come eventuali accordi “indicibili” con le frange più radicali. La resistenza che ancora oggi viene opposta invocando classifiche come “segreto” o “segretissimo” su documenti vecchi di molti decenni, nell’ottica di salvaguardare “relazioni internazionali”, credo la dica lunga e confermi ciò. L’ombra del “lodo Moro” si è allungata e ragionevolmente è giunta fino a noi».