I CUORI OCCULTI DEL POTERE

Nel paesaggio spesso manicheo degli studiosi delle vicende che hanno segnato – e insanguinato – l’ultimo mezzo secolo di storia italiana, Giacomo Pacini ha un posto a parte, di cui può andar fiero. Partito da studi sui meccanismi messi a punto dai poteri che facevano riferimento al blocco occidentale ai tempi coevi e successivi alla Guerra Fredda, ha poi spostato lo sguardo verso lo sterminato mare del non detto per decenni: il ruolo dell’Unione Sovietica e i suoi tentacoli in Occidente, i patti fra il governo italiano e i movimenti palestinesi, gli attori trasversali di un palcoscenico complesso e ancora oggi in gran parte oscuro, ma che oramai è palese non si possa ridurre sempre e comunque alle manovre in chiave anticomunista. Partiamo da qui per questa chiacchierata con il giovane storico toscano. 

Cito due tuoi libri: uno molto significativo, su Gladio. L’altro, altrettanto significativo, sull’Ufficio Affari Riservati e la figura di Federico Umberto D’Amato. Siamo dalle parti dei circoli atlantici, della Cia, delle bombe neofasciste. Ultimamente però  ti sei avvicinato anche ad altri nodi, come ad esempio il lodo Moro, i palestinesi, le paternità di stragi su cui forse troppo presto qualcuno ha messo la targhetta.  La storiografia recente dell’Italia è caratterizzata da alti steccati ideologici. Come ti trovi in questo tuo “stare in mezzo”?

In realtà non credo di “stare in mezzo”. Ricordo che quando è uscito il libro “Le Altre Gladio” ci fu da un lato chi mi chiese se conteneva rivelazioni clamorose sulle stragi di Stato e sulle collusioni tra fascisti e servizi deviati, dall’altro se non era il “solito” libro che accusava Gladio di ogni nefandezza, invitandomi a ricordare che in sede penale i responsabili di tale struttura sono stati assolti. In entrambi i casi la risposta fu semplice; no, non si tratta di questo. I libri che hai citato sono stati un tentativo (naturalmente non sta a me dire se riuscito) di provare a superare la storia cosiddettagiustiziera”, visto che troppo spesso, specie su questi argomenti, si è scritto con intenti o apologetici o inquisitori, comunque lontani dal necessario distacco che deve avere chi è interessato a una seria analisi storica.  Negli anni della Guerra Fredda i Servizi Segreti hanno giocato un ruolo determinante, il loro potere è cresciuto a dismisura e per questo credo che studiare le attività, appunto, di strutture informative come l’Ufficio Affari Riservati o di organizzazioni segrete come Gladio, al di là dei misteri o degli intrighi (che pure vi furono e di cui parlo), sia fondamentale in primo luogo per avere una visione davvero completa della storia dell’Italia Repubblicana. Per quanto riguarda il Lodo Moro, si tratta di un altro snodo cruciale per comprendere a fondo la politica estera italiana degli anni settanta e la strategia politico/diplomatica di Moro negli anni che ha passato alla Farnesina e sarebbe davvero paradossale se uno studioso che si occupa di Storia dell’Italia contemporanea lo ignorasse.  Diciamo semmai che è vero che certa storiografia a volte ha difficoltà a uscire da “sentieri” già ampiamente battuti  e ha ancora una sorta di riluttanza  (per carità in certi casi del tutto giustificata) a fare storia su vicende che sono ancora troppo vicine nel tempo e per le quali si ritiene non vi sia una documentazione sufficiente e scientificamente attendibile. Va però detto che, da questo punto di vista, anche in ambito storiografico le cose stanno ormai decisamente cambiando.

Il colonnello Stefano Giovannone disse al giudice Carlo Mastelloni durante le indagini sui traffici d’armi Br-Olp: “Dottore, io lavoro per la Cia”. Da parte dell’italiano considerato il più prossimo ai palestinesi fu un’affermazione  devastante con sottotesto altrettanto inquietante: certe cose meglio lasciarle stare. In tanti seguirono alla lettera, e ne nacque la memoria divisa che abbiamo sotto gli occhi. Allora ti chiedo: come e quando si arriverà a una composizione della storia d’Italia degli ultimi 40 anni?

Se mi passi la battuta (che poi è tale fino a un certo punto), se consideriamo che ancora oggi ci dividiamo perfino sulla storia del Risorgimento, non vedo come si possa  arrivare a una ricomposizione della storia d’Italia degli ultimi 40 anni.

L’importanza del Lodo sulla storia italiana credo sia oramai indubitabile. A me i noidelle  infiltrazioni dall’Est, dei machiavellismi nazionali, quell’universonaltro si che nulla ha  che fare con il meccanismo: attentati e bombe-reazione e svolta autoritaria, si paleso’ studiando l’attentato palestinese di Trieste dell’agosto 1972. C’è stato qualche episodio che ha fatto scattare in te, chiamiamolo il sospetto che ci fosse anche una storia “altra” e non raccontata?

Non c’e’  stato un episodio particolare, anche la lettura del tuo libro, per esempio, ha sicuramente contribuito. Va detto che fino a poco tempo fa realmente la documentazione era scarsa e quindi era arduo fornire una ricostruzione che avesse una qualche attendibilità. Adesso, sulla base del materiale che è stato possibile rinvenire, si evince che i primi contatti tra funzionari dei Servizi segreti italiani e emissari palestinesi avvennero a fine 1972 nell’ambito di una trattativa che portò alla liberazione di due militanti del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (Fplp) arrestati nel precedente agosto per aver nascosto un ordigno in un mangianastri portato inconsapevolmente su un aereo israeliano da due turiste inglesi. Questa è probabilmente  la prima vera evidenza documentale di quel patto di non belligeranza che oggi chiamiamo Lodo Moro. Un patto che si consolidò, appunto, con il ritorno di Moro al ministero degli Esteri nel corso del 1973. Naturalmente queste sono ricostruzioni del tutto parziali, ancora molto materiale dovrà emergere.

Altra vicenda, diventata una sorta di tragico romanzo popolare, che ha spaccato in due fazioni giornalisti e storici: il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Oggettivamente le incongruenze sono tante, dalle modalità dell’attacco in via Fani, alla prigione, alla scelta di via Caetani, alle condizioni del cadavere, per citarne solo alcune. Tu cosa ne pensi e dove trovi, se le trovi, le maggiori incongruenze?

Non mi ritengo un esperto del caso Moro. Ma, in particolare, se devo dirti  qualcosa cui non riesco proprio a credere nella versione brigatista è che le Brigate Rosse a un certo punto abbiano deciso di distruggere la versione originale del memoriale scritto dal Presidente Dc durante i 55 giorni di prigionia. E’ un po’ l’interrogativo che si pose il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in una audizione nella prima Commissione Moro: dove sono finite le carte originali? C’è qualcuno che ha recepito il tutto?

Cosa ne pensi della teoria del doppio ostaggio, e quale è la tua idea sulla vicenda?

Mi ricollego a quanto detto sopra. E’ plausibile  vi siano state due trattative, la prima finalizzata a recuperare, in qualche modo, le carte originali di Moro, l’altra a salvare il presidente DC. E probabilmente la trattativa più importante da concludere a un certo punto divenne la prima. Beninteso, sostenere che è plausibile che ciò sia accaduto, non vuol dire che sia accaduto realmente. E’ un’ipotesi, ma che personalmente credo sia meritevole di attento approfondimento.

Gladio. Sembrava la chiave di tutti i misteri. Poi il panorama geopolitico è diventato più complesso, vedi il Lodo. Essendo uno dei maggiori esperti di Gladio, puoi mettere una parola di equilibrio fra vicende che apparentemente sembrano correre su binari diversi?

Gladio era una struttura che si sarebbe dovuta attivare in caso di invasione straniera del territorio italiano. Quando nell’ottobre 1990 Andreotti ne rivelò l’esistenza scoppiò un vero e proprio caso mediatico-giudiziario. La vicenda Gladio per mesi e mesi riempì le prime pagine di tutti i giornali. Dalle stragi, ai tentati colpi di stato, agli omicidi politici, per un certo periodo sembrava che realmente tutto potesse essere spiegato con l’esistenza di tale struttura che qualcuno identificò come una sorte di centrale operativa della destabilizzazione e del terrorismo.

Oggi sappiamo che non era così; Gladio era soltanto una porzione di un sistema di sicurezza molto più complesso e articolato che ho cercato di ricostruire nel mio libro, intitolato appunto Le Altre Gladio.

Una camera di compensazione per mantenere gli equilibri di Yalta, anche attraverso attentati e assassini. Tanti la considerano una balla. Che idea ti sei fatto di Hyperion?

C’è una circostanza, apparentemente minore, che, in relazione a questa vicenda, ha sempre solleticato la mia curiosità. A un certo punto, in una specie di epistolario che scrive quando si trova in carcere, Vanni Mulinaris nel respingere le accuse che volevano la scuola di lingue Hyperion essere una sorta di centrale occulta del terrorismo internazionale, sostiene che, in effetti, un qualcosa del genere esiste davvero, ma che non si tratta di Hyperion. Può anche darsi fossero solo elucubrazioni di una persona che stava scontando una dura carcerazione preventiva, ma sarebbe interessante sapere a cosa effettivamente intendeva riferirsi.

Potessi avere uno dei protagonisti di questi anni a tua disposizione per un interrogatorio “impossibile”, nel senso che questi dovrebbe rispondere sinceramente a tutto, chi sceglieresti?

La risposta più scontata ovviamente è Andreotti. Anche se sarebbe inutile, non sarei mai all’altezza di condurre un confronto con un personaggio di tale spessore. Alla fine mi farebbe solo credere di aver risposto sinceramente. E io ci crederei davvero.

Si stanno finalmente aprendo gli archivi dei paesi dell’ex blocco orientale.  Si aprirà un mondo?

Lo spero, ma non mi farei troppe illusioni,  anche se sicuramente avremo una visione più ampia (si veda per esempio il documentato libro di Gianluca Falanga sugli archivi della Stasi, Spie dall’Est) di come altri “soggetti esterni” abbiano, in qualche modo, condizionato la storia del nostro Paese.

  • Giacomo Pacini è stato ricercatore all’ISGREC – Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea. I suoi libri: “Il cuore occulto del potere. Storia dell’Ufficio Affari riservati del Viminale (1919-1984),” Nutrimenti, 2010; “Divo Giulio. Andreotti e sessant’anni di storia del potere in Italia” con Antonella Beccaria, Nutrimenti, 2012; “Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991” Einaudi, 2014.

Bologna, le cose che emergono

Proponiamo qui sotto un interessante contributo del giovane ricercatore  romano Nicola Guerra, che ha iniziato a scandagliare gli archivi dei paesi dell’Est in cerca di documenti inerenti le attività del servizi segreti del Patto di Varsavia. Un filo conduttore, il ruolo di quei servizi nell’attività di destabilizzazione dell’Europa Occidentale, che conduce a dei capolinea terribili: le stragi che insanguinarono l’Italia e la Germania a cavallo del 1980: quella all’Oktoberfest a Monaco di Baviera, la strage della Sinagoga a Parigi, e la strage alla stazione di Bologna. Documenti sinora inediti provenienti dagli archivi dei servizi segreti bulgari stanno portando alla luce una rete pari, se non superiore all’occidentale Gladio. Una rete che aveva come interlocutori primi i movimenti di liberazione palestinesi, Fplp primo fra tutti, e l’organizzazione di Carlos, al soldo del terrorismo comunista per moltissimi anni. Una rete che, nonostante le acquisizioni della Commissione  parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, sta facendo ancora tanta fatica a uscire alla luce, dato il pregiudizio fatto proprio da tanti analisti e storici in questi decenni, che tutti i misteri recenti della storia italiana debbano per forza avere origine da deviazioni messe in atto dalla P2 o da circoli di derivazione atlantica. Già la storia dell’attentato palestinese all’oleodotto di Trieste del 1972, con i suoi clamorosi insabbiamenti a Lodo Moro non ancora operativo, avrebbe dovuto accendere più di qualche lampadina, il che non è avvenuto. E’ preziosissimo quindi il contributo di Nicola Guerra, cui speriamo ne seguano altri.

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Ma cosa accadde davvero a Bologna?

E’ uscito nel luglio scorso, e ha già scatenato un putiferio. Si è messo subito d’impegno il parlamentare pd Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime della strage di Bologna, che ha minacciato il giudice Rosario Priore del reato di depistaggio, creando quindi il primo polverone. Parliamo del libro “I segreti di Bologna”, edizioni Chiarelettere. Autori il giudice Priore,  istruttore di alcune fra le più importanti inchieste giudiziarie degli ultimi 40 anni, dalla prima strage di Fiumicino ai processi sull’omicidio Moro (I -IV), dalla strage di Ustica all’attentato al Papa, e Valerio Cutonilli, avvocato romano che sulla storia recente d’Italia ha già scritto due libri, fra cui uno su Bologna.

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Su Bologna, strage con tre colpevoli in giudicato (Fioravanti, Mambro e Ciavardini, peraltro ora liberi) e nessun mandante, inquinata dai depistaggi e ingessata dal teorema intoccabile “strage fascista”, il fronte era stato aperto dal consulente in Commissione d’inchiesta Mitrokhin Gian Paolo Pelizzaro, che in un lavoro minuziosissimo portato avanti assieme al magistrato Lorenzo Matassa (cfr. su questo blog “Trentacinque anni dopo: i sentieri che si biforcano e la relazione libanese”, 2 agosto 2015) aveva ipotizzato che l’attentato fosse stato invece organizzato dal terrorista Carlos per conto dei palestinesi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

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La seconda strage di Fiumicino e il terrorista giardiniere

Qualcuno si chiederà: dove sono finiti? Ci sono, ci sono, e sono tra noi. Gli italiani sono sparsi in giro. Chi fa lo psichiatra, chi si è rifatta una vita accanto a un vigile urbano, chi il consulente editoriale che fa sempre chic, chi la fotografa e chi ha usufruito degli aiuti di compagni che hanno “sbagliato” di meno, è diventato giornalista o lavora in enti e associazioni legate alla sinistra. Si sono trovati in molti nel gennaio 2013 ai funerali di Prospero Gallinari (notare la bandiera palestinese sulla bara).

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Altri sono ancora in Francia, altri in Nicaragua, altri sono funzionari di benemeriti enti internazionali e fanno la bella vita in giro per il mondo. Altri ancora , quelli stranieri, quelli che l’hanno scampata, hanno fatto perdere le loro tracce. Come la Marie Therese Lefevbre e la Dominique Jurilli dell’attentato all’oleodotto di Trieste, o i palestinesi di Settembre Nero che dopo le azioni tornavano in Libano, in Giordania, in Libia. O quelli che il governo italiano liberava seduta stante in ossequio gli accordi segreti del Lodo. O coloro che, come Laila Khaled, vivono tranquilli in qualche parte del mondo.

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Poi ci sono le storie particolari. Come quella di Khaled Ibrahim Mahmoud, prima terrorista, ora giardiniere. Ve la proponiamo qui sotto, tratta dal sito Focus on Israel che l’aveva pescata nel novembre 2008 dal Corriere della Sera.

Uccise 13 persone a Fiumicino. Esce di cella e fa il giardiniere

L'aeroporto di Fiumicino poco dopo l'attentato del 1985

L’aeroporto di Fiumicino poco dopo l’attentato del 1985

Mahmoud nell’ 85 guidò il commando palestinese all’ aeroporto. L’assalto al banco delle linee israeliane. «Penso sempre a quei morti. Allora non ragionavo, ero indottrinato»

ROMA – Portò la guerra a Roma, ha tredici morti sulla coscienza e raccoglie foglie secche in un prato. Khaled Ibrahim Mahmoud oggi ha 41 anni. Ne aveva 18, il 27 dicembre 1985, quando guidò il commando della strage di Fiumicino. «Ci penso sì, a quei morti. Ci penso ancora e ci penserò sempre. E penso anche che l’aver seminato il terrore, come abbiamo fatto noi, non è servito a niente. Non è servito al mio popolo, non è servito alla pace. Anzi, il contrario…».

Il 27 dicembre 1985, all’aeroporto di Fiumicino, il commando di terroristi palestinesi uccise tredici persone e ne ferì più di 80, sparando contro il banco delle linee aeree israeliane. Il fuoco della sicurezza in pochi secondi annientò gli assalitori, tre morirono all’ istante, Khaled rimase ferito, unico superstite. Poi è stato in carcere 23 anni, fino a tre giorni fa. Oggi è un detenuto semilibero (la sera torna a Rebibbia) e da giovedì ha cominciato a lavorare all’ esterno per una cooperativa sociale: giardinaggio, facchinaggio, pulizie nei mercati e nei parchi di Roma (come Pino Pelosi, l’ assassino di Pier Paolo Pasolini). La prima cosa che ha chiesto è stato il permesso di acquistare un telefonino cellulare («Per chiamare mio fratello e i miei genitori ormai anziani», dice in buon italiano, appreso in questi anni leggendo e guardando in cella la televisione).

Gli altri detenuti che lavorano con lui non conoscono la sua storia. Khaled, in fondo, preferisce così: «Il dolore che provo – dice – non potrebbe essere condiviso, sono venuto al mondo durante la guerra, una lunga scia di sangue e di orrori mi accompagna da sempre, da Sabra e Chatila a Fiumicino. Ma allora avevo 18 anni, ero completamente indottrinato, non ragionavo. Il carcere, almeno, mi è servito a questo: a farmi pensare con la mia testa, a farmi capire tante cose». Lui faceva parte del gruppo di Abu Nidal, il feroce leader della lotta armata palestinese, mandante del massacro di Fiumicino, trovato morto in un appartamento di Bagdad nell’ agosto 2002 («È stato ammazzato, ne sono certo», dice oggi Khaled, condannato a 30 anni per la strage dell’ 85).

Il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, è la persona che in questi anni l’ ha seguito più da vicino: «Di sicuro – dice il Garante – Khaled ha maturato una critica profonda rispetto al suo passato. In carcere ha studiato, ha fatto il bibliotecario, è stato un detenuto modello, perciò ha ottenuto la liberazione anticipata. Il nostro è un sistema premiale, dunque non c’ era motivo perché lui non ottenesse i benefìci previsti dalla legge. Il primo permesso gli fu accordato un anno fa, lo accompagnai io stesso ad Ostia, a vedere il mare…». Il giorno che andarono al mare, però, pioveva e faceva freddo: del resto, dopo 23 anni di carcere, diventa difficile far tornare i conti. Se n’ è andato un pezzo di vita perché tu hai distrutto quella degli altri e anche andare avanti fa paura. «Il mondo da allora è completamente cambiato – sospira l’ ex terrorista, con i capelli ingrigiti -. È caduto il muro di Berlino, non c’ è più l’ Unione Sovietica, non c’ è più il comunismo. Noi stavamo coi russi, all’ epoca, io stesso ero comunista-stalinista, oggi però sono in via di guarigione…». L’ anno prossimo Khaled finirà di scontare la sua pena, nel frattempo si è laureato in Scienze politiche con una tesi sui Diritti umani e, malgrado tutto, sembra avere fiducia nel futuro del Medio Oriente: «Prima o poi tutti i muri cadono. Ma la pace non s’ impone, la pace bisogna volerla».

Caccia Fabrizio

(Fonte: Corriere della Sera, 22 Novembre 2008, pag. 23)

L’ISOLA CHE NON C’ERA

La Sardegna, Salvatore Muggironi e la Strage di Bologna. Ne avevamo già parlato in questo blog in un post del 15 ottobre 2015 https://ilfuocoeilsilenzio.wordpress.com/2015/10/15/una-settimana-a-bologna-il-caso-muggironi/  cogliendo spunto dall’interpellanza urgente alla Camera del parlamentare bolognese Gianluca Pini , che ci riportò alla memoria quel nome, Salvatore Muggironi, una storia dimenticata del 1980, e le circostanze di come è venuto alla luce  dai files dell’Archivio Storico del Senato. Una storia che era sconosciuta anche sull’isola, riportata meritoriamente alla cronaca, dal giornale online Admaioramedia.it http://notizie.admaioramedia.it/  dopo che il libro di Rosario Priore e Valerio Cutonilli “I segreti di Bologna”, ha messo in discussione forzate certezze e riaperto dubbi, provocando polemiche furibonde.

unità strage bologna

http://www.lastampa.it/2016/07/06/italia/cronache/strage-di-bologna-il-libro-del-giudice-priore-scatena-una-bufera-politica-4PZZ6yKcU7Y2ETH99OfUqN/pagina.html

 

Direttore di Admaioramedia.it è il cagliaritano Fabio Meloni. E’ lui che si è appassionato a questa storia. Lui ne ha parlato ripetutamente sul suo giornale.

http://notizie.admaioramedia.it/terrorismo-cutonilli-autore-de-i-segreti-di-bologna-nella-strage-la-sardegna-compare-piu-volte/ http://notizie.admaioramedia.it/terrorismo-strage-di-bologna-giuliano-sadar-la-pista-sarda-e-un-grumo-di-contraddizioni-che-allarma/

Incuriositi, lo abbiamo interpellato su queste vicende viste dall’osservatorio decentrato, ma solo apparentemente, della Sardegna. Ecco l’intervista.

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Nei 35 anni che corrono fra il 1980 e il 9 ottobre 2015, data dell’interpellanza parlamentare dell’onorevole Pini, in Sardegna qualcuno ha parlato del caso Muggironi?

  • Giornalisticamente parlando era una notizia sconosciuta, o comunque mai trattata. Solo dopo l’interpellanza di Pini, prima admaioramedia.it e poi il quotidiano “L’Unione Sarda” ne hanno parlato. Però, il mio quotidiano on line ha proseguito a trattare l’argomento con altri pezzi e qualche intervista, come quella all’ex deputato Raisi, autore del libro “Bomba o non bomba”, ed all’avvocato Valerio Cutonilli, autore di “I segreti di Bologna”, insieme al giudice Priore.

Come mai sul tuo giornale hai cominciato a trattare questa storia?

  • E’ un fatto di cronaca che vede protagonista un sardo. Peraltro, sempre in tema di ‘Strage di Bologna’, abbiamo scritto anche del cadavere cosiddetto ‘scomparso’, cioè quello di Maria Fresu, una ragazza sarda che lavorava in Toscana, morta nell’esplosione insieme alla sua piccola figlia Angela di neanche 3 anni.

Muggironi è ancora vivo. Hai parlato con lui, o qualcuno lo ha fatto? E in caso di risposta negativa,  come mai?

  • Il professore è ancora vivo e svolge una normale vita da pensionato, ma non ha mai rilasciato alcuna dichiarazione ai giornalisti. L’intendimento sembra quello di lasciarsi alla spalle tutta la vicenda, senza farw alcuna rivelazione. Come, peraltro, hanno evidenziato persone a lui vicine o qualche suo compaesano.

Secondo me la storia  fantomatico cameriere Berardis che si sarebbe rifiutato di tornare la valigia con i documenti a Muggironi, con Muggironi stesso a tornarsene in Sardegna senza documenti, è un po’ la cartina di tornasole sul fatto che qualcosa è stato nascosto. Sei d’accordo, o trovi altre parti della storia che fanno acqua?

  • La storia che il professore racconta ai Carabinieri è ‘complessa’ e presenta alcuni aspetti oscuri: per esempio, il fatto di non aver denunciato per dieci giorni lo smarrimento del passaporto; il cameriere o pizzaiolo di origine sarda, al quale avrebbe affidato la sua borsa, del quale non è mai stata trovata alcuna traccia; i pernottamenti non meglio verificati in hotel; la visita oculistica dichiarata e mai effettuata.

Cosa non ti convince dell’indagine dei carabinieri? Ebbe un paio di sterzate mica male…

  • La cosa più strana non è soltanto la versione ‘complessa’ del professore, ma il fatto che, nonostante un rapporto inviato a Bologna da un carabiniere della Stazione di Sorgono (paese vicino ad Aritzo), a Bologna l’indagine viene archiviata con la fin troppo ‘facile’ argomentazione che il professore si recava a Bologna per incontri sessuali irriferibili ed era stato costretto a mentire su spostamenti e frequentazioni. Rapporto scritto da un carabiniere di Bologna, che non risulta aver mai interrogato il professore, ma soltanto alcune sue amicizie bolognesi di quei giorni.

Giovanni Paba e Franco Secci, arrestati in Olanda nel 1976 per possesso di armi e sospettati di essere fiancheggiatori delle Brigate Rosse. E’ accertato che gravitavano assieme a Muggironi attorno al giornale “Barbagia contro”?

  • I suoi due compaesani erano, insieme al professore e ad altri, collaboratori di un periodico ciclostilato, “Barbagia Contro”, che veniva stampato e distribuito ad Aritzo e nei paesi vicini nel primi mesi del 1980.

Parte delle armi palestinesi portate nel settembre in Italia dal Papago venne stoccata in Sardegna. Esiste una tracciatura, su dov’erano e a cosa alla fine servirono?

  • Il deposito fu ritrovato nel 1982 dopo il pentimento del brigatista Antonio Savasta, che era stato incaricato dalle Brigate Rosse di costruire la colonna sarda. Si trovava vicino al Monte Albo, nella Baronia, tra i comuni di Lula e Siniscola, in provincia di Nuoro. I giornali di quei tempi parlarono di 5 razzi per bazooka di fabbricazione americana; un missile anticarro sovietico; 2 missili terra-aria di fabbricazione francese; 30 chili di esplosivo al plastico; 8 bombe a mano di fabbricazione americana; 6 mitra inglesi Sterling e centinaia di cartucce.

Dopo avere indagato su queste vicende, ti sei fatto un’idea su un ipotetico ruolo di Salvatore Muggironi nella Strage di Bologna?

  • E’ impossibile immaginare o ipotizzare un ruolo consapevole di Muggironi. Da aggiungere, inoltre, leggendo i fatti processuali di quegli anni, che nessuno del gruppo degli extraparlamentari di Aritzo, del quale facevano parte sia il professore che i due giovani arrestati in Olanda, vengono coinvolti nel processo a Barbagia Rossa, che nel 1982 fu smantellata grazie alle rivelazioni di Savasta.

Gli attentati palestinesi in Italia iniziarono a Trieste, con le esplosioni ai depositi costieri del 4 agosto 1972. Poi l’attentato cosiddetto “del mangiadischi” nei cieli di Fiumnicino, i ripetuti sequestri d’armi e le loberazioni, la prima strage di Fiumicino di cui le vittime italiane neppure vengono  menzionate  nel sito dell’Aviter  http://www.vittimeterrorismo.it/index.htm. Passano anni e ancora la scomparsa a Beirut  di Italo Toni e Graziella de Palo, la strage di Bologna definita  come “fascista” prima della fine delle indagini, l’attentato alla sinagoga di Roma in pieno Lodo. La storia a scoppio ritardato di Muggironi, i segreti di stato sulle questioni che riguardano il terrorismo palestinese.  Ora, 2016, libro, quello di Rosario Priore e Valerio Cutonilli sulla strage di Bologna, che ha e sta sollevando polemiche e mali di pancia non da poco. Vorrei una tua riflessione su queste righe.

  • La ricostruzione dello scenario internazionale e della politica estera italiana di quegli anni fatta nel libro di Priore e Cutonilli è corretta ed illuminante, perciò diventa facile pensare di incasellare anche l’esplosione alla stazione di Bologna in quelle vicende e pensare che possa trattarsi di un evento legato al terrorismo palestinese, voluto o meno. Purtroppo, sono passati troppi anni e tanti protagonisti non ci sono più. Forse l’unica certezza è che la verità giudiziaria (la condanna per la strage di Bologna dei tre ex terroristi dei Nar) sia molto lontana dalla verità storica e che quella ‘facile’ pista fu utilizzata immediatamente da servizi ed ambienti governativi per coprire taluni accordi segreti che non si poteva raccontare all’opinione pubblica italiana, e neanche a quella internazionale.

FRANCO MAZZOLA, I PALESTINESI, MORO, IL PETROLIO

“A mio avviso, la chiave di molti misteri può anche trovarsi nella battaglia per il petrolio”
Lo affermò Franco Mazzola nel lontano 1991, in una lunga e interessantissima intervista del giornalista del Sabato Rocco Tolfa. Un’intervista in cui si parla di Moro, ma anche di petrolio, di politiche mediorientali, di palestinesi, insomma di tutte quelle cose che  ancora oggi fanno una dannata fatica a entrare nella testaccia  dura di tanti. Un’intervista non idedita, ma colpevolmente dimenticata, che assume una coloritura particolare in questi giorni in cui il libro di Rosario Priore e Valerio Cutonilli sulla pista palestinese per la strage di Bologna sta sollevando un sacco di clamori, mali di pancia e di testa. Con distinguo e sdegnati scrolli di capo.
Mazzola, piemontese, scomparso  a 78 anni il 6 maggio 2014, fu parlamentare democristiano e per molti anni sottosegretario con delega ai servizi segreti. Era considerato uno  dei  maggiori conoscitori delle secrete cose italiane, ma tenne sempre un profilo basso, lasciando intendere molto a chi voleva intendere pubblicando con la protezione dell’anonimato un romanzo intitolato “I giorni del diluvio”, oggi praticamente introvabile. Lascia davvero basiti la quantità di spunti  e interrogativi che questa intervista avrebbe potuto  sollevare. E invece niente. Non erano tempi. Non dovevano essere tempi. Come non dovrebbero esserlo oggi, per qualcuno. Di seguito l’intervista.
Francesco Mazzola, 55 anni, vicepresidente del gruppo Dc al
Senato, è un testimone importante di quello che è accaduto nelle
segrete stanze del potere durante il rapimento Moro. Un testimone
mai ascoltato, neppure dalla commissione Moro. «E questo
dimostra come ha lavorato quella commissione», dice.
In quel marzo ’78 Mazzola era sottosegretario al ministero della
Difesa e partecipava alle riunioni operative che si tenevano al
Viminale. Poi, nei governi successivi, ha avuto la responsabilità
politica dei servizi segreti. E sono gli anni delle bombe sui treni,
della strage di Ustica e di quella alla stazione di Bologna.
Ma il suo nome è legato proprio agli avvenimenti di quella
primavera del ’78 quando le Br realizzarono l’attentato più
clamoroso: il rapimento e l’uccisione del presidente della Dc.
Allora, Mazzola, giovane sottosegretario, partecipava a quelle
riunioni al Viminale. Incontri molto discussi perché tutti i giorni si
vedevano capi dei servizi segreti, responsabili delle forze
dell’ordine, ministri e sottosegretari, per cercare le soluzioni più
efficaci per arrivare alla prigione di Moro. Senza concludere niente.
Quelle riunioni venivano verbalizzate. Ma quando si è andati a
cercarli, si sono trovati quelli fino al 3 aprile. Gli altri spariti. Così si
è saputo che c’era questo giovane sottosegretario che appuntava
su un diario quello che dal suo punto di osservazione privilegiato
vedeva in quei giorni.
Allora si è cercato questo prezioso diario. Ci sono state perfino delle
interrogazioni parlamentari per sollecitare Mazzola a consegnare
questo suo diario. E invece niente. L’esponente della sinistra
democristiana si è giustificato: «Sarà finito in qualche vecchio
solaio».
Poi nell’85 è uscito un romanzo: I giorni del diluvio. Casa editrice:
Rusconi. Autore: anonimo. Il volume è passato inosservato. Poche
recensioni. E presto è scomparso dagli scaffali. Nessuno ha cercato
di capire chi aveva lo aveva scritto.
Eppure l’argomento era davvero interessante. Raccontava
l’operazione Moro in un intreccio tra brigatisti, servizi segreti
stranieri, logge massoniche, interessi petroliferi. Con i protagonisti
tutti riconoscibili: Curcio, Moretti, Cossiga, Berlinguer, Craxi,
Andreotti, Zaccagnini. E poi Gelli, Santovito, Gheddafi, Arafat,
Kissinger, don Antonello Mennini – il prete del caso Moro – e via via
tutti gli altri protagonisti di quei tragici 55 giorni.
Solo nell’88 viene rivelato che quel romanzo lo aveva scritto il
senatore Francesco Mazzola. L’esponente della sinistra
democristiana allora aveva glissato.
Adesso conferma di essere l’autore di quel libro e ha deciso di
raccontare al Sabato come è arrivato a disegnare quello scenario
che a 14 anni di distanza viene fatto proprio dalla Procura di Roma.
Che di recente ha scritto: le Br sono state utilizzate dai servizi
segreti stranieri, soprattutto nel caso Moro.
Cosa ne pensa delle conclusioni a cui sono giunti i giudici
romani?
Sono stato sempre convinto che ci siano state interferenze dei
servizi segreti stranieri nell’attività delle Brigate rosse. Interferenze
che sono passate attraverso i collegamenti internazionali dei
terroristi.
E queste interferenze ci sono state anche nel caso Moro?
Questo non lo so, perché io ho iniziato ad occuparmi dei Servizi
dopo l’uccisione dell’ex presidente della Dc.
Allora che incarico aveva?
Avevo la delega del ministro della Difesa Attilio Ruffini a
rappresentarlo nel comitato tecnico operativo che si riuniva al
Viminale.
Lei sa che sono scomparsi i verbali di quelle riunioni?
Mi ricordo che c’era un funzionario che verbalizzava.
Ma ai giudici sono arrivati solo quelli fino al 3 aprile…
Le riunioni ci sono state fino al 9 maggio, quando il cadavere di
Moro è stato ritrovato in via Caetani.
Perché quei documenti sono scomparsi?
Non lo so.
C’erano delle cose che dovevano restare segrete?
Si faceva il punto sulle indagini, quindi di segreto non c’era niente.
All’inizio si era pensato che fossero scomparsi perché c’era la
traccia della partecipazione di Gelli. Questo è escluso. Il nome di
Gelli è venuto fuori per le riunioni dell’altro comitato, ma escludo
che sia un’ipotesi attendibile.
Adriano Sofri ha raccontato al Sabato che Gelli frequentava
le riunioni di un comitato che si riuniva alla Marina militare.
Temo che su questo ci sia una confusione. Durante quel periodo io,
come sottosegretario alla Difesa, avevo l’ufficio alla Marina militare.
E che cosa sa di questo comitato?
In quel periodo lì non furono fatte riunioni. Lì fu fatta una sola
riunione alla quale ho partecipato e durante la quale il generale
Dalla Chiesa tenne una lezione sulle Brigate rosse, avendo come
uditori i responsabili di Consubim, il gruppo degli incursori della
marina.
Chi erano?
Erano quelli che sarebbero intervenuti nel momento in cui fosse
stata localizzata la prigione dove veniva tenuto l’onorevole Moro.
Quella fu l’unica riunione fatta alla sede della Marina.
Alle riunioni del comitato di crisi che venivano fatte al
Viminale lei prendeva degli appunti?
Allora tutti prendevano appunti, al di là della verbalizzazione che
faceva il funzionario del ministero dell’Interno.
Ma i suoi diari sono particolarmente ricercati. Ci sono state
anche interrogazioni parlamentari al riguardo. Dove sono
finiti?
Forse li avrò da qualche parte.
Ha subito furti strani?
Un paio di volte sono entrati nel mio studio senza rubare niente,
cercando forse delle carte.
Allora sono interessanti?
Qualcosa c’è.
Ci sono gli elementi che la portano a dire che ci sono state
interferenze dei servizi segreti sulle Brigate rosse?
Io ho sempre pensato che il terrorismo fosse frutto della
coincidenza di interessi tra questi terroristi, che immaginavano di
fare la rivoluzione comunista, e quelli del IV direttorato del Kgb.
Di chi?
Di quella sezione dei servizi segreti dell’Urss che aveva il compito di
destabilizzare l’Occidente.
E hanno creato le Brigate rosse?
Io non dico che il Kgb ha inventato il terrorismo. Il terrorismo è
nato per ragioni sue, che poi erano diverse da paese a paese, ma
certamente la loro nascita e la loro attività sono state aiutate e
incoraggiate in questo piano di destabilizzazione che il Kgb ha
attuato in quegli anni.
Come?
Non direttamente. I loro rapporti con i terroristi sono stati mediati
da paesi mediorientali e paesi europei, come la Cecoslovacchia e la
Bulgaria.
Le responsabilità allora sono dell’Est?
Certamente sì, ma non solo. Sono convinto che gli Stati Uniti
abbiano assistito lasciando fare. E non solo nella vicenda Moro. In
una seconda fase l’aiuto è stato determinante, come quando hanno
collaborato alla liberazione del generale americano James Dozier.
Come spiega questo atteggiamento degli Stati Uniti, che pur
erano nostri alleati?
Credo ci fosse una sorta di interesse a vedere in che modo un
paese, considerato il ventre molle dell’alleanza, fosse in grado di
reagire a queste provocazioni e contemporaneamente vedere come
si sviluppava la solidarietà nazionale che avrebbe portato il Pci al
governo.
Non stavano solo a guardare, se Moro, nel ’77, confida ad
Andreotti che aveva l’impressione che ci fossero in azione
servizi segreti di Usa e Urss per bloccare il suo disegno
politico.
Questo giudizio di Moro è credibilissimo. I russi non avevano
interesse a vedere un partito comunista che entrava nell’area di
governo perché ci arrivava sulla scia di uno strappo verso l’Est.
Dall’altro versante gli americani non potevano non essere
preoccupati di vedere un partito comunista in un governo
occidentale.
C’è un’altra testimonianza che vorrei ricordare: quella
dell’ambasciatore Roberto Ducci. Ha scritto che i contrasti
che Moro aveva con Henry Kissinger, allora segretario di
stato americano, riguardavano soprattutto la politica
autonoma del leader democristiano verso i Paesi arabi.
Sì, quello era sicuramente un punto di contrasto. Anche perché alla
fine al centro della discussione c’era la questione
dell’approvvigionamento del petrolio per il nostro paese. E avviarci
ad avere una politica autonoma in questo campo voleva dire
stabilire dei legami con i paesi arabi.
Su questo avveniva lo scontro tra Moro e Kissinger?
Sì, anche perché Kissinger è ebreo e certo non vedeva di buon
occhio un rafforzamento della nostra politica verso i paesi arabi. Poi
negli Stati Uniti la lobby filoisraeliana è sempre stata dominante.
Quindi, più che per il Pci al governo, Moro dava fastidio per il
suo progetto in politica estera.
Credo che sia la componente che ha pesato nella decisione degli
Usa di ostacolare il disegno politico di Moro. Anzi, a mio avviso, la
chiave di molti misteri può anche trovarsi nella battaglia per il
petrolio.
Quali altri misteri?
Io non sono riuscito a dare una spiegazione logica delle stragi
avvenute in Italia. Mettere le bombe non rientrava nel disegno
politico del terrorismo di sinistra che puntava a colpire in modo
mirato, e non nel mucchio.
Ma in quello della destra sì.
Certo, le bombe “nere” ci sono state. Ma non solo. Probabilmente
c’è stato qualcosa di più.
Che cosa?
Si può ipotizzare una lotta tra servizi segreti, tra fazioni filoarabe e
filoisraeliane, soprattutto. Finché non avremo chiarito la politica
dello stragismo non avremo un’idea precisa di quello che è
avvenuto in questo paese. Una chiave per capire la storia dei nostri
servizi segreti di questi anni può essere proprio quella dello scontro
tra filoarabi e filoisraeliani. A cominciare dal famoso conflitto tra il
generale Vito Miceli, capo del Sid e filoarabo, e Gian Adelio Maletti,
leader della fazione filoisraeliana all’interno del servizio segreto.
Ma quello scontro risale al ’74. Dopo come si sono schierati?
In un mondo in cui c’erano i due blocchi, come nel ’78, sui nostri
agenti alla fine pesava la dipendenza americana.
Questo poteva avvenire anche in contrasto con la politica
portata avanti dal leader del partito di maggioranza nel
paese?
Certo, c’è una politica estera dei Servizi che spesso è diversa da
quelle dei governi. Hanno una loro politica.
Vuole dire che rispondono ad altre centrali?
Sì, seguono logiche che sono loro. Che possono essere convergenti
o divergenti da quelle dei governi.
E quando sono divergenti?
Molte vicende hanno dimostrato che vanno avanti per la loro
strada.
In questo scenario lei ambienta il suo romanzo sul
rapimento Moro…
Sì. In quel romanzo, che rappresenta un divertissement e che io ho
scritto anonimo, questa tesi c’è tutta. Però la mia è un’opera di
fantasia.
Fantasia mica tanto.
Ho scritto quello che, con le conoscenze che ho acquisito dopo il
rapimento del presidente della Dc e le riflessioni che ho fatto, ho
immaginato potesse essere successo durante quei tragici giorni.
Nel suo libro lei parla dei contatti tra le Br e i palestinesi. E
racconta che attraverso i terroristi mediorientali i nostri
servizi segreti erano arrivati alle Br.
È una deduzione logica. Nell’area del Vicino Oriente avevamo
l’unico vero agente segreto che l’Italia abbia avuto: il colonnello
Stefano Giovannone. Di lui non si sapeva bene fino a che punto
fosse un nostro agente infiltrato tra i palestinesi oppure un agente
palestinese infiltrato nei nostri servizi segreti. Questo prova però
che era bravissimo. Era coinvolto ad un tale livello che i due confini
sfumavano. Comunque in quell’area dominava.
Lo scenario che lei descrive nel suo romanzo, del
coinvolgimento dei palestinesi per arrivare alle Br, coincide
con le indicazioni date al comitato di crisi da uno dei
consiglieri di Kissinger, Steve Pieczenik, in quei giorni al
Viminale.
Io quel documento non lo conoscevo e non lo conosco tuttora.
Nel romanzo racconta anche l’utilizzo delle Br da parte dei
servizi segreti durante il sequestro Moro.
Sono convinto che le Br siano state usate, spesso anche a loro
insaputa. È una conclusione a cui sono giunto molti anni dopo quel
tragico avvenimento. Allora non mi resi conto di nulla.
Non si rese conto nemmeno del ruolo che allora aveva il
capo della P2 Licio Gelli, che nel suo romanzo è descritto
così bene?
Per questo ho attinto al materiale raccolto dalla commissione P2.
A che cosa in particolare?
Si sono fatte tante considerazioni sulla P2, ma la più credibile è che
fosse un punto di riferimento dei Servizi americani, la componente
maggiormente affidabile per i servizi segreti Usa.
Un’ultima domanda: quante copie ha venduto il suo libro?
La prima tiratura fu venduta tutta. E l’editore stranamente non
ritenne di farne altre.
Perché?
Secondo me quei libri non furono venduti tutti, furono tolti dalla
circolazione.
Da chi?
Non lo so, anche se sarei curioso di vedere se non ce ne sia per
caso qualche copia negli scantinati dei nostri Servizi.

SANTA INGENUITA’

Ingenuo. Sono stato ingenuo. Sperare che Abu Bassam Sharif rispondesse, era troppo. Al primo contatto però, quando gli spiegai che stavo scrivendo un libro sull’attentato di Settembre Nero ai depositi petroliferi costieri di Trieste, la mail che mi diede mi illuse sulla sua effettiva volontà di chiarire i misteri attorno a quella storia, che poi ho comunque cercato di dipanare con il mio “Il grande fuoco”.

Anche perché Sharif, dopo essere stato l’uomo immagine del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, l’uomo poco sotto Wadi Haddad e George Habbash, il reclutatore di Carlos, l’organizzatore dei dirottamenti di Zarka, dopo aver seriamente rischiato di lasciarci le penne in un attentato (un libro di memorie di Che Guevara recapitatogli nel suo ufficio a Beirut gli esplose in faccia) nel luglio 1972, proprio pochi giorni prima dell’attentato di Trieste, e soprattutto dopo la sua “conversione” su posizioni meno estremiste, messa nero su bianco con il libro a due mani “Il mio miglior nemico”, scritto con l’ex agente israeliano del Mossad Ubi Manhaimi, sembrava essere l’uomo che poteva spiegare. Se non tutto, molto. Io gli chiesi se potevo mandargli delle domande, lui mi lasciò la mail. Io scrissi le domande, gliele mandai, Abu Bassam Sherif non ha mai risposto. Ora, a libro scritto, orfano delle informazioni (che potrei ritenere “preziosissime”) che non ho ricevuto da lui, o che poi sono stato costretto, in parte, a ricavare da altre fonti, sotto trovate le domande che gli ho scritto.

Abu Bassam Sharif negli ultimi anni è stato spesso interpellato da giornalisti italiani, e a volte ha risposto. Ammettendo in generale l’esistenza del Lodo Moro

http://www.corriere.it/cronache/08_agosto_14/lodo_moro_sharif_a89227b4-69d2-11dd-af27-00144f02aabc.shtml

raccontando particolari più o meno importanti sul ruolo dei palestinesi nel tentativo di salvare in extremis Aldo Moro

http://www.corriere.it/cronache/16_maggio_15/sequestro-moro-allarme-palestinesi-2201a348-1ad5-11e6-bdfe-4c04a6b60821.shtml

Ma senza dare mai la sensazione di raccontare tutto. E’ suo diritto. Come è stato suo diritto non rispondere alle domande sull’attentato di Trieste. Peccato, perché sarebbe stato un importante contributo a quella verità, i veri rapporti fra palestinesi e stato italiano, che ancora non è uscita completamente fuori. E che ci direbbe molto sugli ultimi 40 anni della storia italiana.

Qui sotto, le domande.

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Dear Mr Sharif,

here again Giuliano Sadar, RAI Radio Televisione Italiana journalist. I wrote you telling I am writing a book about the bomb attack alleged by a Black Septenber group headed by Mohamed Boudia at the TAL oil tank in Trieste, Italy, the 4 August 1972. Thank you again for your helpfulness, if possible.

Here you find some questions I would like to submit to your attemption, regarding the matter I am dealing with.

 

  • Can you confirm me that the bomb attack was a Black September venture?
  • Which were actually the real joints between Black September and FPLP and OLP? Who kept the contacts?
  • Was really Black Septemper an organization composed by single isolated 4 person cells?
  • Is it true that the Trieste attack was organized by Abu Assam Salameh and leaded by Mohamed Boudia?
  • I read, but without any confirmation, that the headquarter for the operations for the Trieste attack was in Geneva. Is it possible to have any confirmation about that?
  • The authors of the attack were identified in 4 persons: two French women Marie Therese Lefebvre and Marie Paule Jurilli, Mohamed Boudia and Chaban Kadem. Apart from Boudia, killed by Mossad the June 1973, the two women and Kadem were captured in Paris for the killing of a Jordanian journalist in Autumn 1972, and then released. The Italian investigators could not find them anymore. Do you have any information about the mystere of the destiny of Lefebvre, Jurilli and Kadem who really disappeared?
  • About Chaban Kadem: I read he was alleged involved in the killing of Wael Zwaiter in Rome, the 16 October 1972, and wanted by the Italian Police. It looked very strange to me, but I also readed that the operation was managed by Mossad agents and some Palestinians. Can you tell me more about that?
  • About the disappearing of Lefebvre, Jurilli and Kadem, it looks something like an agreement was in charge between French goverment and OLP( or FPLP) about the Palestinian actions, something like the “lodo Moro”. Could you confirm me the truthfullness of this theory?
  • How many people were in the Palestinian group that made the attack in Trieste? The 4 condamned were of course too few for that kind of operation.
  • Did they have any contact with local/Italian groups for the operation, concerning explosive supply, personnel supply or any kind of help?
  • Did at that time FPLP already have contacts with Red Brigades?
  • Was the Italian Rita Porena involved in theTrieste operation?
  • The magistrate who investigated about the Trieste attack, told my colleague that Ilich Ramirez Sanchez, Carlos, was in some ways involved in the operation, and that he was guest in a hotel of Trieste (Europa Hotel)the days of the attack. Being Carlos working with Mohamed Boudia at that time in Paris, this theory doesn’t look so funny. Can you confirm me something about that?
  • That’s all Mr Sharif.Thank you very much for your attention, I would thank you so much again if yu could give me some information.
  • Best regards!
  • Giuliano Sadar
  • PS: If you have any questions or curiosity, please don’t exhitate to contact me.