LA FORTUNA SFACCIATA

E’ ormai assodato che la catastrofe, quella notte del 4 agosto 1972, venne evitata per un pelo. Tre serbatoi a fuoco, ma quello più vicino alla città, pieno di oltre trentamila metri cubi di greggio, non venne  intaccato dagli 8 chilogrammi di tritolo. Che scoppiarono vicino alla valvola attraverso cui passava il petrolio proveniente dai pontili nel vallone di Muggia cui attraccavano le navi. Nel fondo del pozzetto in cemento in cui era collocata la valvola c’era acqua stagnante, residuo dei giorni precedenti, così l’esplosivo venne appeso al muro. Gli attentatori, come negli altri tre serbatoi, schiacciarono la fiala che avrebbe rilasciato l’acido che avrebbe a sua volta corroso il filo per far partire il detonatore. Lo scoppio, come dettagliatamente descritto in “Il Grande Fuoco”, fece un gran buco nel muro, ma la valvola resistette. La fiammata lasciò un lungo segno verticale all’esterno dell’enorme serbatoio Le altre foto che potete vedere qui sono inedite. Una domanda sola a margine: gli attentatori si erano portati in aereo da Parigi fiale, acido e filo? Una domanda cui l’indagine non riuscì a dare risposta. Anche se il buon senso dice che no, non potevano portarsi dietro tutta quella roba. Ci dovevano quindi essere aiuti locali. Su cui si è poco indagato. Ma ci torneremo.

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Qui sopra il filo spezzato nel pozzetto del serbatoio 44 cui venne appeso l’esplosivo. A destra: il buco nel pozzetto di cemento di fronte alla valvola. Nelle immagini più sopra gli impressionanti segni della fiammata sulla parete esterna del serbatoio 44. Più in alto ancora: l’effetto devastante di una carica esplosiva su uno degli altri tre serbatoi, e la valvola del 44 intatta nel pozzetto


A BOLOGNA IN TEMPI SOSPETTI: IL CASO MUGGIRONI

Circa un anno fa, in una delle mie frequenti sortite romane all’Archivio storico del Senato, il giudice Rosario Priore, compagno di ricerche e autore della prefazione de “Il Grande Fuoco”, mi chiese di digitare nel database degli atti dell’archivio  la parola Muggironi. Rimasi al momento perplesso, ma quando nel monitor apparve una lunga fila di documenti, capii che Priore, una volta ancora, aveva intravisto una pista interessante. Questo Muggironi, di nome Salvatore, era un professore sardo non vedente il cui passaporto venne rinvenuto, intatto, fra le macerie provocate dalla strage del 2 agosto 1980 a Bologna. Senza sospettare alcunché, il carabinieri spedirono il documento a Nuoro per renderlo al legittimo possessore, il quale non ne aveva denunciato lo smarrimento. Erano passate due settimane dal 2 agosto. E non ne passarono molte altre perché quella storia si ammantasse di contorni poco chiari. A arrivò agli inquirenti una misteriosa telefonata che accusava Muggironi di avere a che fare con lo scoppio alla stazione, ci furono delle indagini, ci fu un carabiniere che sancì la non rilevanza penale del tutto, e un altro, colui che ricevette la telefonata, che morì un anno dopo. Muggironi , intanto era stato identificato come attivista vicino all’estrema sinistra e alle sigle sarde che, fra marxismo e autonomismo, facevano capo a Barbagia Rossa. L’uomo, secondo le risultanze dell’indagine, si era recato a Bologna per incontri sessuali. Dalla Sardegna a Bologna, come andare in Thailandia… Intanto, la strage alla stazione Bologna era già diventata per la stampa e conseguente per l’opinione pubblica “strage fascista”. E la pista Muggironi finì nel nulla, celato fra gli anfratti della Storia. I documenti su questa vicenda li consegnai a Rosario Priore. Erano giorni in cui ero impegnatissimo nella stesura de “Il Grande fuoco”, ma questo nome, Muggironi, non lo dimenticai, e ne parlai altre volte con il giudice, il quale a sua volta l’aveva messa in un cassetto, intento a completare il libro sulla strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, uscito qualche settimana fa. Ci eravamo ripromessi di ritornarci su, ma il tempo è corso più velocemente. E’ bastata una settimana: prima,il documento reso noto qualche giorno fa dal “Resto del Carlino”, frutto delle recenti desecretazioni all’Archivio centrale dello Stato, in cui il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del SISMI a Beirut e interfaccia fra Italia e galassia Palestinese, ammette per la prima volta l’esistenza di un accordo do ut des con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Lodo Moro. Ora, un’interpellanza urgente del deputato bolognese della Lega Gianluca Pini porta alla luce l’affaire Muggironi. La riportiamo testuale qui sotto, assieme alla risposta del governo, inquietante nella sua reticenza, nella persona del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Scalfarotto. Ecco il resoconto.

CAMERA DEI DEPUTATI Assemblea Seduta di venerdì 9 ottobre 2015 Interpellanza urgente n. 2-01106 degli On.li Gianluca Pini e Fedriga su elementi in merito ad un possibile coinvolgimento di esponenti riconducibili all’area della sinistra extraparlamentare nella strage di Bologna del 2 agosto 1980. Interviene il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Scalfarotto PRESIDENTE. Passiamo all’interpellanza urgente Gianluca Pini e Fedriga n. 2–01106, concernente elementi in merito ad un possibile coinvolgimento di esponenti riconducibili all’area della sinistra extraparlamentare nella strage di Bologna del 2 agosto 1980. Chiedo all’onorevole Gianluca Pini se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica. GIANLUCA PINI. Grazie Presidente, sì, l’interpellanza di oggi cerca di fare chiarezza su un coinvolgimento che all’epoca fu negato da parte della sinistra extraparlamentare facente base nella Sardegna, in particolare nella Barbagia. È stato ricostruito questo coinvolgimento grazie all’opera minuziosa di un nostro ex collega, l’onorevole Enzo Raisi, di Bologna, che ha speso tantissimi anni della sua attività parlamentare e anche non parlamentare a cercare di fare luce su una pagina veramente buia della nostra storia, appunto, quella della strage di Bologna; pagina costellata da depistaggi, da false informazioni, in qualche modo, anche da atteggiamenti ipocriti da parte di tutti gli attori coinvolti nella fase di indagine e anche successivamente alla fase di indagine, non ultimo anche dalla sgradevole sensazione che si è avuta e si ha tutti gli anni durante le celebrazioni, quando i presidenti dei comitati delle vittime, in qualche modo, cercano di stravolgere la verità dei fatti, fatti che sono stati accertati solo parzialmente e probabilmente indirizzati verso una comoda verità, chiamiamola «verità» – molto fra virgolette – di natura politica. Comunque, andiamo ai fatti per i quali noi andiamo a interpellare e sui quali, poi, chiederemo una puntuale espressione delle risposte da parte del Governo. Quali sono i fatti? Quelli che ci risultano e che abbiamo documentato visto che, su questa interpellanza, una volta depositata agli atti, giustamente, la Presidenza, notando la delicatezza, ci ha chiesto di fornire tutte le documentazioni a supporto di quelle che erano le premesse e, quindi, conseguentemente, le domande che andavamo a porre al Governo. In data 12 agosto 1980, quindi appena dieci giorni dopo la strage della stazione di Bologna, il nucleo di polizia giudiziaria presso la legione carabinieri di Bologna, inviò al comando della stazione dei carabinieri di Aritzo, in provincia di Nuoro, quindi in Barbagia, una comunicazione avente ad oggetto l’inchiesta sull’esplosione alla stazione ferroviaria, appunto la strage di Bologna. In questa missiva veniva comunicato l’avvenuto rinvenimento, tra le macerie della stazione ferroviaria di Bologna, di un passaporto intestato a un tale, al professor Salvatore Muggironi, un insegnante affetto da cecità residente, appunto, ad Aritzo. Muggironi, però, non era deceduto né compariva nella lista dei feriti che avevano fatto ricorso a cure mediche presso gli ospedali di Bologna in seguito all’esplosione. In data 12 agosto 1980, inoltre, nonostante fossero passati almeno 2 dieci giorni dalla perdita di possesso del passaporto, il Muggironi non ne aveva ancora denunciato lo smarrimento alle autorità. Il 19 agosto, quindi diciassette giorni dopo la strage, il comando della stazione dei carabinieri di Aritzo comunicò al nucleo di polizia giudiziaria di Bologna l’avvenuta restituzione del passaporto, evidenziando contestualmente il sospetto che il Muggironi potesse appartenere all’area della sinistra extraparlamentare. Il 10 ottobre 1980, la compagnia dei carabinieri di Sorgono, in provincia di Nuoro inviò un’informativa sul conto del Muggironi alla procura della Repubblica di Bologna, competente per le indagini relativamente alla strage e, per quanto di competenza, anche alla procura della Repubblica di Oristano, che era la procura della Repubblica competente per la residenza del professor Muggironi. La nota trasse origine da una presunta telefonata anonima, ricevuta dal brigadiere Oreste Celestino, ricordate bene questo nome, il precedente 7 ottobre, quindi tre giorni prima, con la quale era stato attribuito al Muggironi un non meglio precisato coinvolgimento nell’esplosione alla stazione ferroviaria di Bologna, e quindi in qualche modo i conti tornavano relativamente al rinvenimento di un documento di identità delicato come il passaporto. Il sopradetto brigadiere Celestino allegò all’informativa una serie di schede personali da cui risultava l’affiliazione del Muggironi a un gruppo extraparlamentare operante in Barbagia, dove militavano anche due persone già condannate per reati gravi. Quali erano questi reati? Detenzione di armi e ordigni. I due si chiamavano o si chiamano, perché non sappiamo al momento se sono vivi o meno: Giovanni Paba e Franco Secci. Questi ultimi, nel 1976, secondo le schede personali, quindi nella disponibilità dell’autorità giudiziaria, sarebbero stati arrestati in Olanda perché trovati a bordo di un treno diretto alla stazione ferroviaria di Amsterdam in possesso di armi, esplosivi e fogli contenenti nominativi di detenuti delle Brigate Rosse, nonché riferimenti a gruppi del terrorismo palestinese, la famosa pista palestinese che la procura di Bologna testardamente ha voluto sempre negare nonostante altri ed evidenti elementi di indagine. Il gruppo extraparlamentare indicato dal brigadiere Celestino, del quale avrebbero fatto parte Muggironi, Paba e Secci, sarebbe gravitato attorno al giornale denominato Barbagia Contro. Da tale informativa scaturì un’inchiesta con esito negativo della procura della Repubblica di Oristano, i cui atti vennero poi trasmessi in seguito per competenza alla procura della Repubblica di Bologna. Da tali atti risulta che il Muggironi dichiarò agli inquirenti di essere stato a Bologna nell’estate 1980 per sottoporsi a visite oculistiche e di aver soggiornato a Bologna presso la pensione Fusari e presso l’hotel Apollo. Asserì poi di aver lasciato la valigia contenente il passaporto presso un pizzaiolo di origini sarde chiamato Franco Fulvio Berardis, il quale, poi, nonostante le promesse, si sarebbe rifiutato di restituirgliela, senza specificarne i motivi. Gli accertamenti condotti portarono la magistratura bolognese a ritenere irrilevanti i fatti segnalati dai carabinieri di Aritzo e Sorgono, sulla base del rapporto giudiziario redatto il 13 gennaio 1983 dal capitano Paolo Pandolfi, comandante della prima sezione del nucleo operativo dei carabinieri di Bologna. Il capitano Pandolfi escluse qualsiasi nesso tra il Muggironi e l’esplosione avvenuta nella stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980, in quanto secondo lui il sopraddetto si sarebbe recato nel capoluogo emiliano solo per effettuare incontri di natura sessuale. Il capitolo Pandolfi concluse il rapporto giudiziario sostenendo che il passaporto in realtà non sarebbe stato rinvenuto all’interno della stazione ferroviaria, come creduto inizialmente, in quanto un non meglio specificato sottoufficiale all’epoca incaricato della restituzione al proprietario avrebbe constatato che il documento era integro e privo di polvere. Incredibilmente si sposta il luogo di rinvenimento del passaporto e della valigia. Quindi, a questo punto chiediamo alcune cose al Governo perché qui sarebbe quasi opportuno rivedere quelle che sono state le fasi d’indagine, che sono concluse e quindi possono essere in qualche modo oggetto di atto ispettivo. Chiediamo se risulti che i sopradetti Giovanni Paba e Franco Secci siano stati condannati in via definitiva dopo essere stati arrestati nel 1976 per il possesso, a bordo di un treno diretto alla stazione ferroviaria di Amsterdam, di armi, esplosivi, nonché fogli 3 contenenti nominativi delle Brigate Rosse e riferimenti a gruppi del terrorismo palestinese; se risulti che nel 1980 in Barbagia le formazioni locali dell’estrema sinistra custodivano un arsenale di armi e esplosivi di proprietà del terrorismo palestinese; se risulti che nel giornale di lotta Barbagia Contro, diffuso fino alla primavera del 1980 – stranamente fino alla primavera del 1980, poi sparisce questo giornale –, compaiono articoli firmati da Giovanni Paba, Franco Secci e Salvatore Muggironi; se risulti al Governo che sia stato appurato che in realtà Salvatore Muggironi nell’estate 1980 non si sottopose ad alcuna visita oculistica a Bologna, non soggiornò né alla pensione Fusari né all’hotel Apollo, e che, in realtà, nessun Flavio o Fulvio Berardi o Berardis di origine sarda risulta aver mai abitato o soggiornato a Bologna; se risulti che, non solo il passaporto, ma anche la valigia di Muggironi, contenente alcuni documenti, compreso il suo tesserino universitario, sia stata rinvenuta tra le macerie della stazione ferroviaria di Bologna, sequestrata dalla polizia ferroviaria, infine restituita al predetto, che la riconosceva a verbale come di sua effettiva proprietà. Inoltre, se risulti che il capitano Paolo Pandolfi, autore del rapporto giudiziario del 13 gennaio 1983, con cui si chiudono, a giudizio degli interpellanti, frettolosamente e inspiegabilmente le indagini sul caso Muggironi, fosse lo stesso che, durante l’inchiesta sull’esplosione della stazione di Bologna, si recò presso il carcere svizzero di Champ Dollon per ascoltare di persona il noto depistatore Elio Ciolini; e per redigere poi un rapporto giudiziario destinato alla magistratura bolognese, in cui si asseveravano come attendibili le rivelazioni acquisite dal predetto detenuto. Quale sia stata, infine, la carriera dell’allora capitano Paolo Pandolfi, e se sia tuttora in servizio. Ultima domanda: se risulti che il brigadiere dell’Arma dei carabinieri Oreste Celestino, quello a cui era stata fatta la telefonata anonima che collegava il professor Muggironi con l’attentato della strage di Bologna, e che indagò poi sui rapporti tra Muggironi, Paba e Secci, morì poche settimane dopo l’invio alla procura di Bologna di una relazione sulle indagini che aveva effettuato su questa vicenda. Presidente, collega Scalfarotto, come può ben capire le risposte che lei darà in questa sede possono riaprire un caso che ha tante ombre, sul quale secondo noi non è mai stata fatta chiarezza fino in fondo, sul quale anche un compianto e scomparso Presidente della Repubblica ebbe modo di dare indicazioni ben diverse rispetto a quelle appurate frettolosamente, secondo noi, dalla procura della Repubblica di Bologna all’epoca. In qualche modo c’è la possibilità di scoprire cosa effettivamente è successo e chi effettivamente ha fatto esplodere quella bomba che ha causato tutti quei morti e tutte quelle vittime e che ha lacerato per tanto tempo questo Paese. Noi capiamo e sappiamo benissimo che ci sono persone che su quella strage purtroppo hanno costruito la loro carriera politica; però a noi interessa ristabilire sia la verità storica sia la verità giudiziaria, e penso che questo debba interessare anche questo Governo. PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Ivan Scalfarotto, ha facoltà di rispondere. IVAN SCALFAROTTO, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Pini, con l’interpellanza all’ordine del giorno appunto gli onorevoli Pini e Fedriga pongono un’articolata serie di domande in relazione al presunto coinvolgimento di Salvatore Muggironi, Giovanni Paba e Franco Secci nelle vicende relative alla strage di Bologna, nonché sul ruolo svolto nelle indagini da due militari dell’Arma dei carabinieri. Si premette che i signori Muggironi, Paba e Secci, unitamente a un’altra persona, sono stati oggetto di specifiche indagini della compagnia dei carabinieri di Sorgono, delegate dalla procura della Repubblica di Bologna, sulla scorta di una telefonata anonima giunta a distanza di due mesi 4 dall’attentato al brigadiere Oreste Celestino, comandante della squadra di polizia giudiziaria del citato comando compagnia. Le verifiche investigative effettuate dai carabinieri di Bologna e di Sorgono hanno riguardato tra l’altro la veridicità di alcune dichiarazioni del signor Muggironi circa il suo soggiorno a Bologna all’epoca della strage, nonché le circostanze dello smarrimento di alcuni beni personali del medesimo. In tale sede, è stato accertato che effettivamente il signor Muggironi, indicato dalla questura di Nuoro come appartenente ai gruppi dell’estrema sinistra di Aritzo, aveva soggiornato a Bologna dal 24 luglio al 2 agosto 1980, anche se non sono emersi riscontri circa la permanenza, da lui dichiarata, presso le strutture alberghiere citate nell’interpellanza. È stato verificato altresì che tra le macerie della stazione del capoluogo felsineo era stata ritrovata una borsa dello stesso Muggironi, contenente tra l’altro suoi effetti personali e documenti. Il tutto è stato riconsegnato al proprietario nel marzo 1981. Si sottolinea che, all’esito delle indagini svolte all’epoca, non sono emersi elementi utili a far ritenere che le quattro persone oggetto della telefonata anonima fossero implicate nel delitto in questione. In relazione ad un altro aspetto evidenziato nell’interpellanza, si rappresenta che i signori Paba e Secci, il 21 novembre 1976, furono arrestati dalla polizia di frontiera olandese perché trovati in possesso illegale di armi ed esplosivi mentre erano diretti in treno in Germania. I due avevano con sé anche vari documenti, tra cui un elenco di soggetti appartenenti alle Brigate rosse e ad altre organizzazioni di matrice eversiva, nonché appunti contenenti riferimenti a «Giugno nero» e «Undici ottobre» e a tre nominativi arabi. Dopo l’estradizione, i predetti furono condannati per il delitto di detenzione e porto illegale di armi ed esplosivi a tre anni di reclusione e 500mila lire di multa, con sentenza irrevocabile emessa dal Tribunale di Oristano il 12 luglio 1978. L’Autorità giudiziaria non poté perseguire il Paba e il Secci per il reato di partecipazione a banda armata e dovette emettere una sentenza di non doversi procedere per assenza della condizione di procedibilità, in quanto l’Olanda aveva espressamente rifiutato l’estradizione per tale fattispecie. In risposta a un’ulteriore domanda, si informa che i signori Paba e Secci nel 1980 erano componenti del comitato di redazione del periodico mensile «Barbagia Contro», sul quale, unitamente al signor Muggironi, firmarono alcuni articoli. In ordine al ruolo svolto dal capitano Paolo Pandolfi, risulta da una sentenza del Tribunale di Bologna risalente al 1991 che questi, in qualità di ufficiale di polizia giudiziaria, si sia recato a più riprese nel carcere di Ginevra, accompagnato talvolta dal magistrato inquirente e spesso dal Console Generale d’Italia in quella città, intrattenendo contatti informativi con il signor Elio Ciolini relativamente alla strage di Bologna e ad altri fatti di sua conoscenza. L’ufficiale ha concluso la sua carriera il 16 febbraio 2008 con il grado di colonnello. Quanto al brigadiere Oreste Celestino, si informa che lo stesso è deceduto il 27 maggio 1981, a seguito di una grave malattia. Infine, in ordine alla questione dell’arsenale dei terroristi palestinesi custodito in Barbagia dalle formazioni locali dell’estrema sinistra, si comunica che questa circostanza trova conferma in una sentenza della Corte d’Assise di Cagliari dell’agosto 1984 (sentenza di condanna emessa contro alcuni appartenenti alla colonna sarda delle Brigate Rosse), dove si legge che « il fronte logistico delle Brigate Rosse aveva deciso di trasferire in Sardegna un grosso quantitativo di armi, appartenenti all’OLP e facenti parte di un più consistente stock di armi….». Effettivamente, le Forze 5 dell’ordine rinvennero in una grotta nel Nuorese (più precisamente in agro di Lula) diversi mitra, razzi, bazooka, missili terra-aria ed altre armi. PRESIDENTE. L’onorevole Gianluca Pini ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interpellanza. GIANLUCA PINI. Solo parzialmente. Il collega Scalfarotto ha puntualmente confermato solo ed esclusivamente le parti che noi avevamo già fornito alla Presidenza a sostegno della premessa di questa interpellanza, ma non ha fugato il dubbio riguardo al quarto quesito, cioè se sia stato appurato che in realtà Salvatore Muggironi nell’estate del 1980 non si sottopose ad alcuna visita oculistica. Fra l’altro anche la risposta sulla presenza stessa del Muggironi è abbastanza contraddittoria, perché dire che è stata appurata la sua presenza a Bologna dal 24 luglio al 2 di agosto, ma che non ci sono riscontri, qualcuno mi deve dire anche come è stata appurata, perché questa è una risposta veramente incredibile. Ciò fornisce anche la misura di quanta approssimazione, probabilmente a questo punto voluta, vi sia stata da parte degli inquirenti. Il fatto stesso che si confermi, ma in qualche modo anche noi abbiamo fornito documenti attestanti questo, che chi ha frettolosamente fatto uscire dai riflettori dell’indagine Muggironi e tutta la pista sarda e, conseguentemente, la pista palestinese, che in qualche modo il sottosegretario conferma avere un collegamento con le Brigate Rosse, sia lo stesso soggetto che si reca più volte – come ha detto il sottosegretario, e lo ringrazio di questa precisazione, – insieme al pubblico ministero, quindi agli inquirenti, e console generale italiano in Svizzera, presso una persona che è stata poi condannata per depistaggio in riferimento alle indagini relative alla strage di Bologna. Noi riteniamo incredibile che il Governo alla luce di questi elementi, che sono stati forniti e che, anche se sparsi, erano sotto gli occhi di tutti, o di tutti quelli che volevano vederli perlomeno. Riteniamo incredibile che il Governo, a questo punto, non si adoperi per cercare – la conseguenza logica, io spero lo facciate voi, se non lo fate voi lo faremo noi – di trasmettere nuovamente alla procura della Repubblica di Bologna questi ulteriori elementi. Perché qui, ripeto, al di là della verità storica, siamo chiamati all’obbligo della verità giudiziaria, soprattutto nei confronti delle vittime e dei parenti delle vittime, e soprattutto di quelli che non hanno sfruttato, in qualche modo, quella tragedia per farsi una carriera politica, cercando di indirizzare verso solo una parte comoda la responsabilità di un qualcosa che, sempre di più, ci sembra non essere la verità dei fatti. Non le sfuggirà – e questo è nelle cronache non solo di questo caso, non solo purtroppo dei periodi bui della Repubblica e delle Brigate Rosse – che l’utilizzo di passaporti, non falsi, ma ceduti ad amici all’interno delle stesse aree antagoniste, fosse una prassi consolidata proprio all’interno delle Brigate Rosse e del mondo terroristico. Vi è una sentenza definitiva, ad esempio quella relativa al capo delle Brigate Rosse, Moretti, che usava sistematicamente un passaporto di un militante, tal Iannelli. Quindi, l’utilizzo di passaporti prestati per cercare di sfuggire a dei controlli, soprattutto sui passaporti di una persona, sì, al limite attenzionata, ma non sicuramente sotto stretta vigilanza, è una prassi comune. Quindi, il fatto stesso che, come lei ha ammesso, non vi sono riscontri, e quindi qui cortesemente sarebbe bene che specificasse, se può, e glielo chiedo proprio per un fatto di correttezza, cosa vuol dire la sua prima risposta: è stata appurata la sua presenza dal 24 luglio al 2 agosto ma non ci sono riscontri. Come avete fatto, chi ha appurato la presenza di questo signore se non vi sono riscontri, se non vi sono riscontri nei due hotel che lui ha verificato, se non vi sono riscontri nelle cedole che 6 vengono date obbligatoriamente, soprattutto in quei periodi lì doveva essere segnalato alla Questura e alla Prefettura, qualsiasi tipo di movimento? Non vi sono riscontri, però lei ci dice… IVAN SCALFAROTTO, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Non è così… GIANLUCA PINI. Lei ha detto così, vada a leggersi lo stenografico, lei dice che è stata verificata la presenza dal 24 luglio al 2 agosto, ma non vi sono riscontri. No, non vi sono riscontri, lo abbiamo già verificato anche noi, effettivamente: non vi sono riscontri perché tutto quello che lui ha detto, come presenza, è falso. Tutto quello che il Muggironi ha, in qualche modo, dato come informazioni a qualcuno che aveva, evidentemente, tutto l’interesse a nascondere la verità, sono informazioni false. Le abbiamo chiesto se era vero o meno che la motivazione della visita del professor Muggironi a Bologna fosse legata a una visita specialistica di natura oculistica e non ci avete risposto. Vi rispondiamo noi: è assolutamente falsa questa cosa qui. La ringraziamo per aver confermato – per quello mi dico parzialmente soddisfatto – che gruppi eversivi della Barbagia custodivano gli esplosivi delle BR, che le nascondevano per conto delle formazioni marxiste della resistenza palestinese. Quello che però, ed è il nodo secondo me della vicenda, non avete chiarito – e qui, ripeto, ci sono dei documenti ufficiali da parte del nucleo di polizia giudiziaria e da parte del nucleo operativo dei carabinieri del primo comando di Bologna – è dove sia stata effettivamente ritrovata questa valigia con questo passaporto e con questi documenti. Su questo non ci avete risposto e vi richiediamo nuovamente che vi sia una risposta puntuale, perché improvvisamente, dopo quindici giorni, si sposta totalmente il luogo di ritrovamento di un passaporto, che può essere, ripeto, la chiave, il punto nodale di nuove indagini che, a questo punto, sono secondo noi obbligatorie da parte della procura della Repubblica di Bologna per cercare di arrivare ad una verità. Onestamente, ripeto, lei ha risposto a quattro o cinque punti in maniera puntuale. Siamo contenti che il colonnello Pandolfi sia riuscito ad arrivare sereno alla pensione, ci rammarica il fatto, invece, che il carabiniere Celestino purtroppo sia scomparso, dopo meno di un anno dalla vicenda, per una malattia. Ci piacerebbe sapere, senza fare dietrologie o complottismi, se fosse possibile, quale tipo di malattia ha colpito questo carabiniere, anche per fugare qualsiasi tipo di dubbio proprio in chi è abituato a ragionare in termini di complottismi. Però – ripeto – i punti nodali sono e le chiedo nuovamente, se può, di intervenire e di chiarire… Lei in qualche modo può anche farlo… PRESIDENTE. Onorevole Pini, il Governo non può chiarire. Ad ogni buon conto, credo che faccia fede il resoconto stenografico, che è un resoconto testuale delle parole che il Governo ha espresso. Quindi, su quello poi vi confronterete in altre sedi. GIANLUCA PINI. Va bene. Comunque sia, c’è una distanza. Mettiamola così: abbiamo capito che quello che il Governo poteva dire, per cercare di non aprire un fronte che va a smontare delle verità comode, che in verità nascondono le reali responsabilità di questa strage, lo ha detto. Su quelli che, invece, sono i punti nodali, evidentemente ha evitato di rispondere. 7 Ne prendiamo atto e anche in questo caso, a questo punto, se il Governo in tempi brevi non lo farà – perché penso che sia anche un obbligo da parte del Governo, una volta acquisiti elementi di questo tipo, che noi abbiamo fornito, rivolgersi alla Procura della Repubblica –, lo faremo noi.