AGENTE DOPPIO?

Il documento che pubblichiamo è uno degli snodi decisivi dell’attentato dinamitardo alla tank farm dell’oleodotto transalpino di Trieste. O che decisivi avrebbero potuto essere, e non lo sono stati. Ne parliamo nel capitolo 16.mo de “Il grande fuoco”, intitolato “Un agente doppio da proteggere?”, cui vi rimandiamo. Si tratta della lettera scritta dal dirigente dell’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo Silvano Russomanno al giudice istruttore che lavorava al processo per l’attentato di Trieste.  Siamo nel gennaio 1976, quindi esattamente 40 anni fa. Nome “pesante” e controverso quello di Russomanno nella storia dell’intelligence italiana. Braccio destro di Federico Umberto D’Amato all’UAR (Ufficio Affari Riservati), dopo la parentesi all’Ispettorato sarebbe diventato vicedirettore del Sisde. La lettera di Russomanno chiama in causa Rita Porena. Chi era Rita Porena? Ne parliamo diffusamente nel libro: ha avuto un ruolo in diverse vicende della storia più o meno segreta dei nostri rapporti con il Medio Oriente. Entrò e uscì come un lampo nell’indagine sull’attentato di Trieste agli inizi del 1973, poi Russomanno la riportò pesantemente all’attenzione del giudice di Trieste (che non era più Sergio Serbo, colui che iniziò le indagini e seguì la pista parigina) tre anni dopo, ma tutto finì in niente. E nelle carte del processo non si trovano tracce di ulteriori indagini da quell’inizio 1976 a fine 1977, quando venne emessa la pesantissima sentenza di primo grado, poi ribaltata inappello (da 22 a 6 anni di carcere per le due donne francesi e un algerino). Rita Porena, per onore di cronaca e correttezza, uscirà pulita anni dopo dal procedimento giudiziario in cui si troverà coinvolta per favoreggiamento aggravato, ma la sua figura, divisa fra Roma e Beirut, fra l’amicizia con il capocentro del SISMI a Beirut Stefano Giovannone e quella con i capi palestinesi, soprattutto del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, rimane enigmatica. Lo stesso giudice Carlo Mastelloni, nella sentenza ordinanza del processo sul traffico d’armi fra Brigate Rosse e Palestinesi, la definì “agente o fonte a rendimento del SISMI (il servizio segreto militare N.d.R), “Infiltrata nell’OLP”  “Informatrice del servizio”, “alter ego di Giovannone”. Insomma, una di quelle storie di cui nel nostro Paese non si parla, impegnati a commemorare sempre gli stessi episodi, che se non si possono ascrivere al terrorismo di matrice atlantica, meglio lasciarli da parte (come è successo per l’attentato di Trieste e per tutta la serie di episodi che coinvolgevano palestinesi, culminati con la “strage dimenticata” all’aeroporto di Fiumicino il 17 dicembre 1973). Un documento, questa lettera di Russomanno, sinora mai reso pubblico, che a parte la vicenda della Porena, racconta il lavorio dell’intelligence sul problema degli attentati palestinesi.  Prima che entrasse in vigore il Lodo Moro. O, chissà, mentre gli stessi vertici politici già lavoravano a tacitare tutto. Nel segno dell’interesse nazionale.

Russomanno IRussomanno IIRussomanno IIIRussomanno IV

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