L’ombra del Lodo si è allungata sino a noi

Tanto tuonò che piovve. Il documento del 18 febbraio 1978, in cui il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del SISMI a Beirut e interfaccia fra il nostro paese e i movimenti palestinesi, accenna ai “confermati impegni miranti escludere nostro paese da piani terroristici”, sta scatenando il giusto clamore. Dopo che per decenni, la strategia del manzoniano Conte zio –  troncare, sopire, silenziare – e indicare i circoli atlantici come i responsabili di tutte le nefandezze accadute in Italia, aveva trovato sostenitori tutt’altro che disinteressati. Ora le carte si stanno sparigliando: la nuova Commissione Moro, composta in gran parte di elementi forse meno preparati, ma sicuramente portatori di meno interessi inconfessati che la precedente, sta mettendo le mani in marmellate che sinora avevano tappi ermeticamente chiusi. Senza saperlo, forse. Ma chi se ne importa. Importa che ora il vaso di Pandora vendga scoperchiato . E quella lunga vicenda che in Italia iniziò il 4 agosto 1972 con l’attentato ai depositi petroliferi costieri di Trieste, per continuare con una serie di attentati palestinesi caduti nell’oblio, passando per la Strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, per il rapimento Moro, per l’attentato alla sinagoga di Roma, per la seconda strage di Fiumicino e arrivare, chissà, sino alla strage di Bologna, ora è immersa in nebbie un po’ meno fitte. Una storia, quella dei rapporti inconfessati fra terrorismo palestinese e stato italiano, che in questi anni un gruppo di studiosi e storici ha cercato di leggere uscendo dalla correttezza politica del “tutto colpa della Cia”. Fra questi Gabriele Paradisi, autore di libri importanti e scomodi, citiamo fra gli altri “Dossier strage di Bologna: la pista segreta”, “Periodista di la verdad!”, e il recente “La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973”, assieme al giudice Rosario Priore. Libri su nodi delicatissimi, che tocchiamo in questa nostra chiacchierata con Gabriele, partendo proprio dal titolo del suo ultimo lavoro.

La-strage-di-Fiumicino

Una strage “dimenticata”. Già il titolo del libro è una denuncia. Chi ha “dimenticato” la strage di Fiumicino, e come mai?

«La strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973 solo i parenti e gli amici delle vittime non l’hanno dimenticata. È triste affermarlo, ma è così. A distanza di 40 anni e oltre i familiari piangono ancora da soli i loro cari senza che un ricordo collettivo, una memoria condivisa, abbiano potuto alleviare anche solo di poco la loro pena. Le commemorazioni pubbliche delle stragi – pensiamo solo al rito civile che dal 1980 si ripete a Bologna, con cortei, discorsi e persino polemiche – possono comunque servire alla lenta, dolorosa elaborazione del lutto. Per Fiumicino ’73 così non è stato. In primis sono state le istituzioni repubblicane a voler rimuovere quell’evento così scomodo, poiché dietro di esso si nascondevano relazioni ancora oggi inconfessabili e “giustificabili” solo con la “ragion di Stato”. Io credo però che una colpa, forse ancora maggiore, se la debba accollare la cosiddetta “libera stampa”. Il mondo dell’informazione nostrana, pressoché al completo, tradendo lo spirito del vero giornalismo, preferì ben presto guardare altrove. I palestinesi e la loro causa erano icone in quegli anni e andavano preservate anche a costo di oscurare una tragedia come quella di Fiumicino o ignorare anni dopo, ad esempio, la scomparsa in Libano dei giornalisti (di sinistra) Italo Toni e Graziella De Palo. Abbiamo poi visto che anche al di fuori del nostro Paese quella strage, dopo lo sdegno iniziale, finì nel dimenticatoio. Gli Stati Uniti, che avevano perso 17 loro cittadini, nemmeno un anno dopo i fatti non mossero un dito per evitare la liberazione dei responsabili dell’eccidio».

Altri tragici eventi della storia d’Italia come le stragi di Piazza Fontana a Milano, Piazza della Loggia a Brescia e quella della Stazione di Bologna, ogni anno sono giustamente ricordate e commemorate. Una differente attenzione che salta all’occhio in modo evidente, Ma non è stato così per più di 40 anni. Come è possibile tale miopia?

«Le stragi che vengono regolarmente commemorate in Italia e rievocate puntualmente con articoli, saggi, libri, documentari, film, rientrano tutte d’ufficio, almeno nella vulgata, in quello schema che ritiene di spiegare tutte le nefandezze avvenute nella nostra storia repubblicana. Mi riferisco alla cosiddetta “strategia della tensione”, quell’impianto che potrebbe anche essere sintetizzato con la locuzione “eversione atlantica”, ovvero un progetto criminale finalizzato a mantenere saldamente il nostro Paese nell’alveo occidentale. Alla testa di questo mostruoso disegno eversivo, che taluni ritengono ancora in essere, si troverebbero i cosiddetti “circoli oltranzisti atlantici”, ovvero un diabolico intreccio che vede insieme la Cia, i settori più conservatori della politica americana e nostrana, la massoneria, la Nato, i “servizi deviati”, le mafie, la criminalità organizzata e infine, ultimo anello della catena, i neo fascisti, soggetti senza scrupoli disposti a mettere le bombe, seminando il terrore e inducendo i cittadini impauriti a chiedere misure speciali, inibendo così sul nascere qualsiasi alternativa riformista, progressista e democratica. Sulla “strategia della tensione” vi sono diverse scuole di pensiero, c’è chi la ritiene circoscritta negli anni 1969-1974 (piazza Fontana – piazza della Loggia e Italicus), chi invece ritiene che inizi addirittura nel 1947, con la strage di Portella della Ginestra ad opera della banda Giuliano e sia tutt’ora in essere. Questo è il pensiero dominante, sviluppatosi nei decenni grazie ad una egemonia culturale di segno ben preciso. Una sorta di “frame”, di cornice, all’interno della quale far rientrare tutte le stragi, comprese quelle ancora oggi irrisolte del tutto o parzialmente. Evidentemente la strage di Fiumicino del 1973, ad opera di un commando palestinese, non può entrare nel “frame”, dunque va ignorata: che si perda pure nell’oblio».

Strage Fiumicino notte
La strage di Fiumicino appare a uno sguardo distratto come un episodio inspiegato e inspiegabile. In verità giunge in un momento molto delicato della situazione internazionale: subito dopo la guerra del Kippur, subito prima della Conferenza di Pace di Ginevra. E soprattutto dopo una serie lunghissima di episodi di terrorismo, sequestri di armi, attentati sventati, che in Italia inizia con l’attentato alla tank farm petrolifera di Trieste il 4 agosto 1972. È possibile tirare un filo di questa storia, su cui invece alcun filo è mai stato tirato?
«Io credo che tutto ebbe inizio nell’estate del 1968, quando il Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash e Wadi Haddad (formazione marxista all’interno dell’Olp), decise di esportare il terrore al di fuori dei confini di Israele. Il dirottamento ad Algeri di un Boeing della compagnia israeliana El Al, partito proprio da Fiumicino il 23 luglio 1968, dette inizio ad una campagna che coinvolse un po’ tutta l’Europa ma non solo. Habbash nel 1970 dichiarò che il dirottamento di un aereo civile di un Paese occidentale era più utile alla causa palestinese poiché suscitava maggior clamore dell’uccisione in battaglia di 100 soldati israeliani. Da quel giorno commandos palestinesi cominciarono a scorrazzare per il mondo mettendo a rischio la sicurezza di tanti innocenti. Dal luglio 1968 al dicembre 1974, mese in cui i cinque terroristi di Fiumicino tornarono in libertà, si contano almeno 50 gravi episodi terroristici messi in atto da formazioni palestinesi, Fplp in primis. Questa situazione mise in gravi difficoltà le cancellerie occidentali. Ogni volta che venivano arrestati dei terroristi che avevano effettuato un attentato o lo avevano tentato, nel giro di poco tempo interveniva un’altra azione armata durante la quale, ricattando i governi, veniva chiesta la loro liberazione. Ogni Paese quindi cercò di prendere, diciamo così, delle “contromisure”. In altre parole si finì per usare la massima indulgenza possibile nei confronti dei terroristi. Il nostro Paese attivò una vera e propria diplomazia parallela, cercando di scongiurare questi pericoli. Tale metodo, noto anche come “lodo Moro” – lo statista democristiano ricoprì spesso in quegli anni il ruolo di ministro degli Esteri – in effetti salvaguardò per almeno un decennio l’Italia. La nostra penisola in cambio fu utilizzata dai palestinesi come piattaforma per il transito dei commando, ma anche per il deposito dei loro arsenali, con il beneplacito dei nostri servizi e con l’appoggio logistico delle organizzazioni terroristiche nostrane».
Si è parlato di Settembre Nero. Ma Settembre nero non era già un’organizzazione in disarmo a fine 1973?
«Settembre nero fu costituita nell’ottobre 1970 a Beirut, dai leader di diverse formazioni palestinesi, Olp e Fplp comprese. Questa organizzazione fu fondata con lo scopo di colpire re Hussein e la sua dirigenza per vendicare i massacri e la cacciata dei palestinesi dalla Giordania, avvenuta appunto nel settembre 1970, in seguito ai dirottamenti di Dawson’s Field. Il 5 e 6 settembre 1970 nei cieli dell’Europa e del Medio Oriente furono dirottati quasi contemporaneamente cinque aerei occidentali, tre dei quali furono fatti atterrare in una vecchia pista britannica nel deserto di Zarqa a quaranta miglia da Amman. Seguirono alcuni giorni di trattative con i governi occidentali che detenevano nelle loro carceri terroristi palestinesi. Dopo aver ottenuto ciò che volevano e dopo aver liberato i passeggeri, i tre velivoli sequestrati vennero fatti saltare e distrutti. Quell’episodio costituì la goccia che fece traboccare il vaso della pazienza del regno hascemita, che da anni ospitava i palestinesi. Questi avevano ormai invaso ogni ambito della società giordana, rendendo la situazione non oltre tollerabile. L’epilogo dei dirottamenti di Dawson’s Field fu il pretesto giusto per saldare i conti. Le cronache giordane parlarono di 1500 morti, quelle palestinesi di almeno 10.000, fatto sta che la Giordania cacciò tutte le organizzazioni palestinesi dal suo territorio. Con la sigla Settembre nero, vennero firmati molti gravi attentati, tra cui la strage alle Olimpiadi di Monaco di Baviera nel settembre 1972. Ma la vendetta di Settembre nero nei confronti della Giordania si compì, nel novembre 1971, con l’uccisione al Cairo del primo ministro Wasfi Tal. Nel 1973, Settembre nero era già stata di fatto sciolta e le singole organizzazioni avevano ripreso le loro azioni in totale autonomia».
In ogni caso è stata una vicenda dalle caratteristiche molto singolari. Non realmente rivendicata, in cui gli stessi terroristi sembravano non saper come venirne fuori. È un caso questa singolarità, o si spiega in qualche modo?
In effetti non è facilmente spiegabile la strage del 17 dicembre 1973. Tanto per dire l’aereo della Pan American, su cui morirono 30 delle 32 vittime complessive, si trovava ancora sulla pista al momento dell’attacco, solo perché era in forte ritardo. Se fosse partito all’orario previsto nulla sarebbe accaduto ai suoi passeggeri. Questo per dire che sicuramente quell’aereo non era l’obiettivo dei terroristi. Io penso che il commando avesse programmato un’azione per boicottare la Conferenza di Ginevra che sarebbe cominciata pochi giorni dopo, ma qualcosa andò storto. Il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, in quei giorni viaggiò intensamente tra Medio Oriente ed Europa in vista della Conferenza di pace. Non è da escludere che fosse lui l’obiettivo. In Libano ad esempio, venne fatto atterrare non a Beirut, ma in altro aeroporto proprio per timore di un attentato. L’aeroporto internazionale di Fiumicino era utilizzato come un hub dai palestinesi che partivano spesso proprio dallo scalo romano per mettere in atto le loro operazioni armate in giro per il mondo. Forse doveva essere così anche quel giorno. Il commando di Fiumicino sicuramente faceva capo ad Abdel Ghaffour (Abu Mahmoud), protetto dalla Libia. Quel gruppo, insieme a quello di Abu Nidal, protetto dall’Iraq, cercava di contrastare la politica più moderata di al-Fatah. Va comunque sottolineato che nonostante le diversità e le contrapposizioni tra i vari gruppi palestinesi (di lì a pochi mesi, proprio con l’uccisione a Beirut nel settembre 1974 di Ghaffour, cominciò una lotta intestina senza quartiere), esisteva una sorta di complicità tra tutte le componenti della galassia palestinese. All’Olp faceva comunque comodo che schegge impazzite o gruppi fuori controllo compissero azioni contro gli interessi israeliani e americani. Così si spiega, ad esempio, il trattamento riservato dall’Olp ai cinque di Fiumicino quando, nonostante i duri propositi iniziali sbandierati a ridosso della strage, essi saranno liberati nel dicembre 1974 senza clamore e senza alcuna sanzione palese».
Vittime Fiumicino
Gheddafi. Ora che è stato ucciso, tutti a piangere la mancanza di un fattore di stabilizzazione nel Medio Oriente. Ma in passato è stato al contrario un fattore molto destabilizzante. Il finanziamento e quindi l’ideazione del 17 dicembre 1973, secondo lei, può venir con certezza ascritta a lui tramite l’organizzazione di Ghaffour, fuoriuscito da Settembre Nero?
«Confermo. Gheddafi in particolare negli anni ’70 (egli andò al potere nel settembre 1969), cercò di proporsi come leader del mondo arabo, erede dell’egiziano Nasser (morto nel settembre 1970). Egli pensò che una via rapida per raggiungere i suoi obiettivi potesse essere quella di sfruttare un elemento a cui le società arabe erano alquanto sensibili, ovvero la lotta del popolo palestinese. Per scalzare il ruolo centrale di Arafat, egli finì per appoggiare i gruppi più radicali e coloro i quali, come Ghaffour e Nidal, avevano abbandonato le file di al-Fatah proprio in disaccordo con la politica più moderata dell’Olp. Da qui dunque il finanziamento del terrorismo senza peraltro nasconderlo più di tanto. Ricordiamo ad esempio come la Libia accolse trionfalmente, nell’ottobre 1972, i tre superstiti della strage alle Olimpiadi di Monaco di Baviera, che erano stati liberati dalle autorità tedesche, per evitare ritorsioni, in seguito ad un dirottamento di un aereo Lufthansa».
Qualcuno ha messo in dubbio l’esistenza, e la consistenza, del “lodo Moro” proprio perché la strage è stata compiuta probabilmente ad accordo già in azione. Secondo lei oltre al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il cosiddetto “lodo” “copriva” altre organizzazioni?
«Anche i pm di Bologna, che hanno indagato per quasi dieci anni sulla pista palestinese per la strage del 2 agosto 1980, hanno ritenuto, nel luglio 2014, inconsistente il cosiddetto “lodo Moro”, poiché privo di riscontri documentali. Evidentemente se qualcuno si aspettava di trovare un accordo scritto e ufficiale tra il governo italiano e le organizzazioni palestinesi, era ed è sicuramente fuori strada. In verità in un documento dei nostri servizi, datato 18 febbraio 1978, si dice esplicitamente che «l’FPLP opererà in attuazione confermati impegni miranti escludere nostro paese da piani terroristici». Dunque un accordo, anche se “non scritto”, per evitare azioni nel nostro territorio o contro nostri interessi, esisteva. Io credo però che si debba parlare più correttamente di “diplomazia parallela”. In altre parole si instaurò, fin dall’estate del 1972 (credo che l’attacco all’oleodotto Trieste-Ingolstad sia stato l’episodio chiave che accelerò questo processo), un fitto intreccio diplomatico tra alcuni nostri apparati, Moro regista, e l’Fplp. Infatti era questo il gruppo più attivo e pericoloso, che aveva, come già detto, deciso di esportare il terrorismo fuori dai confini del Medio Oriente, quindi era l’Fplp il vero interlocutore a cui rivolgersi. Ma l’Fplp era pur sempre un gruppo all’interno dell’Olp, l’organizzazione più importante che di lì a poco sarebbe stata riconosciuta come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. Dunque trovare un modus operandi con l’Fplp significava in qualche modo vincolare all’accordo anche le altre componenti della galassia palestinese, gruppi dissidenti esclusi, ovviamente. La strage di Fiumicino del 1973, come ho già detto, fu probabilmente un evento imprevisto e messo in atto da un commando che forse doveva solo transitare dallo scalo romano e che per qualche ragione che non sappiamo perse il controllo della situazione. Il fatto che l’antiterrorismo quella mattina fosse impegnato a controllare un buco nella rete di recinzione dell’aeroporto a diversi chilometri di distanza e che ai cancelli degli imbarchi ci fossero solo sei giovanissime guardie, forse potrebbe significare che il transito di quel commando era noto e andava salvaguardato. A tal riguardo vorrei riportare le parole di Abu Anzeh Saleh, il responsabile dell’Fplp in Italia, che nel 2009 ha rilasciato un’intervista ad Arab Monitor in cui, oltre a confermare l’esistenza di un “lodo”, dichiara: “Io posso dire che c’era effettivamente un accordo ed era tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fu raggiunto tramite il Sismi, di cui il colonnello Stefano Giovannone, a Beirut, era il garante. Non era un accordo scritto, ma un’intesa sulla parola. Lui ci aveva dato la sua parola d’onore, come dite voi, e noi gli abbiamo assicurato che non avremmo compiuto nessuna azione militare in Italia, perché l’Italia non rivestiva alcun interesse militare per il Fronte, e anche perché il popolo italiano era noto come amico dei palestinesi. In cambio Giovannone ci riconobbe, diciamo, delle facilitazioni in base alle quali si concedeva al Fronte la possibilità di trasportare materiale militare attraverso Italia. L’accordo fu fatto nei primi anni Settanta tra Giovannone e un esponente di primissimo piano del Fronte, il quale è tuttora presente sulla scena pubblica e non voglio nominarlo. Tutte le volte che c’era un trasporto, Giovannone veniva avvisato in anticipo. Non ci dava mai una risposta subito, ma dopo un paio di giorni. Penso che prima consultasse i vertici del Sismi (prima Sid) a Roma”».
Spesso si confonde la strage del 1973 con la seconda, sempre a Fiumicino, del 1985, ugualmente tragica, ma meno cruenta nei numeri. Sgombriamo il campo da equivoci: un unico problema, sempre lo stesso, ma contesti e attori molto diversi
«La strage all’aeroporto di Fiumicino del 27 dicembre 1985, che causò 13 morti compresi tre terroristi, avvenne in contemporanea con un’analoga azione che si compì all’aeroporto di Vienna (quattro morti tra cui un terrorista). Il duplice attacco fu opera di commando appartenenti al gruppo di Abu Nidal. Questi, protetto dall’Iraq e dalla Libia, era stato amico di Ghaffour; poco prima dell’uccisione di quest’ultimo, nel settembre 1974, i due si erano incontrati con l’intento probabile di unire le forze e le strategie. L’azione di Roma ebbe come obiettivo i banchi della compagnia di bandiera israeliana El Al e quelli dell’americana TWA. Questo episodio, nell’ambito del “lodo Moro”, potrebbe definirsi la “variante di Cossiga”, ricordando ciò che l’ex presidente disse a proposito della strage alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 (in cui morì Stefano Gaj Taché, un bimbo di due anni), ovvero che “i palestinesi in virtù del lodo non avrebbero toccato interessi italiani ma che gli ebrei erano esclusi dall’equazione”».
Strage Fiumicino Feriti
Il dramma palestinese. Secondo lei l’utilizzo della violenza per una lotta di liberazione che aveva le sue forti ragioni era in parte giustificato, come dicevano e dicono ancora in molti anche in Italia? Consideriamo, se non vogliamo essere ipocriti, che neppure gli Stati nazionali, quando si tratta di proteggere i propri interessi, vanno tanto per il sottile…
«È una domanda a cui è molto difficile rispondere. La violenza fa parte delle lotte di liberazione o di indipendenza, così come non si può escludere nelle guerre tra eserciti. Ma io credo che il terrorismo, lo stragismo, che colpisce prevalentemente persone innocenti e ignare, in maniera indiscriminata, sia una violenza difficile da giustificare, qualunque sia la motivazione di fondo».
Anche il Mossad, quindi Israele, in quegli anni non era rimasto a guardare…
«Abbiamo visto che la “ragion di Stato” spesso fa compiere ai governi atti che vanno ben oltre i limiti della legalità. Israele si trova, fin dalla sua costituzione, in prima linea, accerchiato da Paesi arabi ostili, alcuni dei quali non riconoscono nemmeno il suo diritto all’esistenza. Israele ha subito attacchi di eserciti a cui ha sempre risposto militarmente con Tsahal ma ha dovuto anche affrontare un terrorismo diffuso, a cui ha risposto con un’efficacissima attività d’intelligence grazie al Mossad. Anche l’Italia è stata teatro di azioni organizzate e realizzate dai servizi dello Stato ebraico. La più eclatante fu l’omicidio di Wael Zwaiter, il 16 ottobre 1972, primo anello della catena di ritorsioni dopo la strage delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del settembre precedente. Non possiamo però nemmeno dimenticare che Israele è comunque un Paese democratico, con una stampa libera, con partiti che rappresentano tutte le posizioni politiche e le sensibilità; un Paese dove la società civile ha un ruolo e un peso non irrilevante di controllo e di denuncia di eventuali eccessi».
Torniamo per un momento alla cosiddetta strategia della tensione. Come mai, secondo lei, ancora oggi a quasi 30 anni dalla caduta del muro, si fa ancora tanta fatica a prendere atto che non tutto il terrorismo in Italia aveva origine atlantica?
«Credo che ciò sia dovuto al fatto che nel nostro Paese, fin dalle origini repubblicane, esiste, come ho già ricordato, una egemonia culturale di un colore ben preciso. Ciò credo sia innegabile. Chi non ha mai completamente elaborato il collocamento dell’Italia nell’Occidente liberale, ha saputo trasmettere e diffondere questo sentimento. Pensiamo alle campagne di stampa contro l’imperialismo americano (dalla guerra di Corea, al Vietnam fino all’Iraq) contrapposte a un’indulgenza, spesso imbarazzante, nei confronti delle azioni interne ed esterne operate dal blocco sovietico. La strategia della tensione è lo schema che sintetizza tutto ciò. Non importa se in ultima analisi nessun tribunale che si è occupato delle stragi sia riuscito a dimostrarlo: nell’inconscio collettivo si è radicata questa convinzione».
Una chiosa finale, su cui vorrei il suo parere. Oggi anche la lotta liberazione palestinese ha mutato motivazioni ideologiche. Negli anni ’60, ’70 e ’80 c’era l’Olp, organizzazione aconfessionale, c’era l’Fplp, marxista, c’era l’Fdplp, maoista. Poi i palestinesi si sono messi nelle mani di Hamas, oggi all’orizzonte c’è l’integralismo islamico. Gli autori di attentati sembrano altri. E qualcuno dice che l’assenza di azioni sul nostro territorio sia figlia di un qualche accordo a sua volta figlio del “lodo”. Fantapolitica?
«Le ideologie sono indispensabili per motivare qualcuno a compiere atti pericolosi o addirittura estremi. Negli anni ’70 e ’80, il marxismo era, per la causa palestinese, l’ideologia ideale in quanto suggestionava ampie schiere di giovani occidentali ed era perciò molto più facile raccogliere simpatie ma anche aiuti concreti. Le collaborazioni militari tra i gruppi rivoluzionari europei e le organizzazioni palestinesi sono un dato di fatto. Tutto ciò si traduceva poi anche in una sorta di sentimento giustificatorio o comunque di indulgenza nei confronti delle azioni terroristiche messe in atto dai commando palestinesi. L’oblio in cui è caduta la strage di Fiumicino ma anche decine di altri episodi di inaudita gravità è figlio di questo atteggiamento. Oggi, col declino e la fine delle ideologie, il fondamentalismo religioso è diventato il nuovo riferimento, ma io ci vedo sempre l’uso strumentale. L’integralismo islamico è funzionale ai progetti terroristici.
Per quanto riguarda l’ultima questione, ritengo sia plausibile che i buoni rapporti tra i nostri governi e il mondo arabo in senso lato si siano mantenuti nel tempo così come eventuali accordi “indicibili” con le frange più radicali. La resistenza che ancora oggi viene opposta invocando classifiche come “segreto” o “segretissimo” su documenti vecchi di molti decenni, nell’ottica di salvaguardare “relazioni internazionali”, credo la dica lunga e confermi ciò. L’ombra del “lodo Moro” si è allungata e ragionevolmente è giunta fino a noi».
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