La seconda strage di Fiumicino e il terrorista giardiniere

Qualcuno si chiederà: dove sono finiti? Ci sono, ci sono, e sono tra noi. Gli italiani sono sparsi in giro. Chi fa lo psichiatra, chi si è rifatta una vita accanto a un vigile urbano, chi il consulente editoriale che fa sempre chic, chi la fotografa e chi ha usufruito degli aiuti di compagni che hanno “sbagliato” di meno, è diventato giornalista o lavora in enti e associazioni legate alla sinistra. Si sono trovati in molti nel gennaio 2013 ai funerali di Prospero Gallinari (notare la bandiera palestinese sulla bara).

gallinari da skytg24 gallinari palestina

Altri sono ancora in Francia, altri in Nicaragua, altri sono funzionari di benemeriti enti internazionali e fanno la bella vita in giro per il mondo. Altri ancora , quelli stranieri, quelli che l’hanno scampata, hanno fatto perdere le loro tracce. Come la Marie Therese Lefevbre e la Dominique Jurilli dell’attentato all’oleodotto di Trieste, o i palestinesi di Settembre Nero che dopo le azioni tornavano in Libano, in Giordania, in Libia. O quelli che il governo italiano liberava seduta stante in ossequio gli accordi segreti del Lodo. O coloro che, come Laila Khaled, vivono tranquilli in qualche parte del mondo.

leila

Poi ci sono le storie particolari. Come quella di Khaled Ibrahim Mahmoud, prima terrorista, ora giardiniere. Ve la proponiamo qui sotto, tratta dal sito Focus on Israel che l’aveva pescata nel novembre 2008 dal Corriere della Sera.

Uccise 13 persone a Fiumicino. Esce di cella e fa il giardiniere

L'aeroporto di Fiumicino poco dopo l'attentato del 1985

L’aeroporto di Fiumicino poco dopo l’attentato del 1985

Mahmoud nell’ 85 guidò il commando palestinese all’ aeroporto. L’assalto al banco delle linee israeliane. «Penso sempre a quei morti. Allora non ragionavo, ero indottrinato»

ROMA – Portò la guerra a Roma, ha tredici morti sulla coscienza e raccoglie foglie secche in un prato. Khaled Ibrahim Mahmoud oggi ha 41 anni. Ne aveva 18, il 27 dicembre 1985, quando guidò il commando della strage di Fiumicino. «Ci penso sì, a quei morti. Ci penso ancora e ci penserò sempre. E penso anche che l’aver seminato il terrore, come abbiamo fatto noi, non è servito a niente. Non è servito al mio popolo, non è servito alla pace. Anzi, il contrario…».

Il 27 dicembre 1985, all’aeroporto di Fiumicino, il commando di terroristi palestinesi uccise tredici persone e ne ferì più di 80, sparando contro il banco delle linee aeree israeliane. Il fuoco della sicurezza in pochi secondi annientò gli assalitori, tre morirono all’ istante, Khaled rimase ferito, unico superstite. Poi è stato in carcere 23 anni, fino a tre giorni fa. Oggi è un detenuto semilibero (la sera torna a Rebibbia) e da giovedì ha cominciato a lavorare all’ esterno per una cooperativa sociale: giardinaggio, facchinaggio, pulizie nei mercati e nei parchi di Roma (come Pino Pelosi, l’ assassino di Pier Paolo Pasolini). La prima cosa che ha chiesto è stato il permesso di acquistare un telefonino cellulare («Per chiamare mio fratello e i miei genitori ormai anziani», dice in buon italiano, appreso in questi anni leggendo e guardando in cella la televisione).

Gli altri detenuti che lavorano con lui non conoscono la sua storia. Khaled, in fondo, preferisce così: «Il dolore che provo – dice – non potrebbe essere condiviso, sono venuto al mondo durante la guerra, una lunga scia di sangue e di orrori mi accompagna da sempre, da Sabra e Chatila a Fiumicino. Ma allora avevo 18 anni, ero completamente indottrinato, non ragionavo. Il carcere, almeno, mi è servito a questo: a farmi pensare con la mia testa, a farmi capire tante cose». Lui faceva parte del gruppo di Abu Nidal, il feroce leader della lotta armata palestinese, mandante del massacro di Fiumicino, trovato morto in un appartamento di Bagdad nell’ agosto 2002 («È stato ammazzato, ne sono certo», dice oggi Khaled, condannato a 30 anni per la strage dell’ 85).

Il Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, è la persona che in questi anni l’ ha seguito più da vicino: «Di sicuro – dice il Garante – Khaled ha maturato una critica profonda rispetto al suo passato. In carcere ha studiato, ha fatto il bibliotecario, è stato un detenuto modello, perciò ha ottenuto la liberazione anticipata. Il nostro è un sistema premiale, dunque non c’ era motivo perché lui non ottenesse i benefìci previsti dalla legge. Il primo permesso gli fu accordato un anno fa, lo accompagnai io stesso ad Ostia, a vedere il mare…». Il giorno che andarono al mare, però, pioveva e faceva freddo: del resto, dopo 23 anni di carcere, diventa difficile far tornare i conti. Se n’ è andato un pezzo di vita perché tu hai distrutto quella degli altri e anche andare avanti fa paura. «Il mondo da allora è completamente cambiato – sospira l’ ex terrorista, con i capelli ingrigiti -. È caduto il muro di Berlino, non c’ è più l’ Unione Sovietica, non c’ è più il comunismo. Noi stavamo coi russi, all’ epoca, io stesso ero comunista-stalinista, oggi però sono in via di guarigione…». L’ anno prossimo Khaled finirà di scontare la sua pena, nel frattempo si è laureato in Scienze politiche con una tesi sui Diritti umani e, malgrado tutto, sembra avere fiducia nel futuro del Medio Oriente: «Prima o poi tutti i muri cadono. Ma la pace non s’ impone, la pace bisogna volerla».

Caccia Fabrizio

(Fonte: Corriere della Sera, 22 Novembre 2008, pag. 23)

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