Il Lodo preso a “sportellate”

 

Ci pareva infatti di correre troppo. Dopo anni di frenate, sordine, silenziatori, quando solamente accennare a ipotesi di intese fra palestinesi e governo italiano sollevava sdegnate rimostranze, quando la grande stampa ne parlava poco e quando ne parlava lo faceva senza convinzione, con articoli nelle pagine interne e titoli in taglio basso, ci è voluto un manipolo di giovani parlamentari, molti di loro appartenenti al Movimento 5Stelle, sicuramente meno esperti dei loro predecessori delle defunte Commissioni Stragi e Moro, per aprire le acque. Che, infatti, si stanno già chiudendo. I cosiddetti scettici, gli anticomplottisti in servizio permanente dicevano: dateci la prova che esiste il Lodo Moro, dateci la prova che esisteva un accordo che salvaguardava il nostro paese da attentati in cambio di inconfessabili concessioni! E la prova è arrivata, scovata in un nascosto archivio di Forte Braschi proprio dai membri della Commissione e fatta propria a gran fatica, con un documento sismi del 18 febbraio 1978 in cui il colonnello Giovannone, capocentro sismi a Beirut e uomo chiave nei bollenti anni del terrorismo palestinese esteso in Europa e di Pace in Galilea, accenna testualmente a “confermati impegni miranti escludere nostro paese da piani terroristici (vedi il documento in questo blog nel post “Il Lodo svelato (un paese normale))”.

Anche il giudice Carlo Mastelloni, ora procuratore capo a Trieste, in un’intervista sulla Stampa a Francesco Grignetti

http://www.lastampa.it/2016/05/24/cultura/cos-nel-bloccammo-un-golpe-contro-gheddafi-rASfUnUDqFIa6U8SuViglI/pagina.html

parla addirittura di un altro Lodo, risalente al 1970, che coinvolgeva Gheddafi. Subito dopo, un gruppo di giornalisti e storici, (compreso chi scrive) prima firma il giudice Rosario Priore, ha inviato una richiesta al presidente del Consiglio Renzi di permettere la desecretazione totale dei documenti ancora nascosti riguardanti i rapporti fra Italia e movimenti palestinesi. Documenti che potrebbero finalmente permettere di far definitiva luce su vicende importantissime, dal biennio di attentati 1972-72, iniziato con l’attentato alla Siot di Trieste sino alla prima strage di Fiumicino, dalla scomparsa a Beirut dei giornalisti ItaloToni e Graziella de Palo, sino alla strage di Bologna. Fare in definitiva quella luce, che interessi politici e strategici non hanno sinora permesso. Ma le cose non sono così facili, e il fuoco di sbarramento è già iniziato. generale Armando Sportelli, in un’intervista a Libero (appena entrato nell’orbita di Renzi con cambio di direttore e il ritorno di un Vittorio Feltri folgorato sulla strada di Damasco), diffusa sui social da Giacomo Pacini, ci pensa bene a depotenziare tutto. parlando di accordi, ma negando ci fosse una vera e propria strategia nazionale, mettendosi di traverso a Mastelloni e parlando di un semplice impegno di sostenere le “ragioni” palestinesi nei consessi internazionali. Impegno che Arafat avrebbe accettato con soddisfazione senza chiedere niente di più. “Noi offrimmo in cambio appoggio politico affinché l’OLP fosse riconosciuta dalla Comunità Economica Europea. Fu l’unica moneta di scambio”. L’OLP, appunto.Ma gli altri? Il Fronte Popolare di Liberazione Palestinese di George Habbash e Wadi Haddad, ben più vicino a Settembre nero del titubante Arafat? Il generale glissa. E lascia capire che sul Lodo si sono fatti infiniti film a colori. Sul Lodo e, di conseguenza, sull’ipotesi di coinvolgimento palestinese nella strage di Bologna. Che forse, anzi probabilmente, è la vera posta in palio in tutta questa storia che tante resistenze ancora trova chi la vuole dipanare.

Patto moro Arafat Sportelli 1Patto Moro Arafat Sportelli 2

L’ombra del Lodo si è allungata sino a noi

Tanto tuonò che piovve. Il documento del 18 febbraio 1978, in cui il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del SISMI a Beirut e interfaccia fra il nostro paese e i movimenti palestinesi, accenna ai “confermati impegni miranti escludere nostro paese da piani terroristici”, sta scatenando il giusto clamore. Dopo che per decenni, la strategia del manzoniano Conte zio –  troncare, sopire, silenziare – e indicare i circoli atlantici come i responsabili di tutte le nefandezze accadute in Italia, aveva trovato sostenitori tutt’altro che disinteressati. Ora le carte si stanno sparigliando: la nuova Commissione Moro, composta in gran parte di elementi forse meno preparati, ma sicuramente portatori di meno interessi inconfessati che la precedente, sta mettendo le mani in marmellate che sinora avevano tappi ermeticamente chiusi. Senza saperlo, forse. Ma chi se ne importa. Importa che ora il vaso di Pandora vendga scoperchiato . E quella lunga vicenda che in Italia iniziò il 4 agosto 1972 con l’attentato ai depositi petroliferi costieri di Trieste, per continuare con una serie di attentati palestinesi caduti nell’oblio, passando per la Strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, per il rapimento Moro, per l’attentato alla sinagoga di Roma, per la seconda strage di Fiumicino e arrivare, chissà, sino alla strage di Bologna, ora è immersa in nebbie un po’ meno fitte. Una storia, quella dei rapporti inconfessati fra terrorismo palestinese e stato italiano, che in questi anni un gruppo di studiosi e storici ha cercato di leggere uscendo dalla correttezza politica del “tutto colpa della Cia”. Fra questi Gabriele Paradisi, autore di libri importanti e scomodi, citiamo fra gli altri “Dossier strage di Bologna: la pista segreta”, “Periodista di la verdad!”, e il recente “La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973”, assieme al giudice Rosario Priore. Libri su nodi delicatissimi, che tocchiamo in questa nostra chiacchierata con Gabriele, partendo proprio dal titolo del suo ultimo lavoro.

La-strage-di-Fiumicino

Una strage “dimenticata”. Già il titolo del libro è una denuncia. Chi ha “dimenticato” la strage di Fiumicino, e come mai?

«La strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973 solo i parenti e gli amici delle vittime non l’hanno dimenticata. È triste affermarlo, ma è così. A distanza di 40 anni e oltre i familiari piangono ancora da soli i loro cari senza che un ricordo collettivo, una memoria condivisa, abbiano potuto alleviare anche solo di poco la loro pena. Le commemorazioni pubbliche delle stragi – pensiamo solo al rito civile che dal 1980 si ripete a Bologna, con cortei, discorsi e persino polemiche – possono comunque servire alla lenta, dolorosa elaborazione del lutto. Per Fiumicino ’73 così non è stato. In primis sono state le istituzioni repubblicane a voler rimuovere quell’evento così scomodo, poiché dietro di esso si nascondevano relazioni ancora oggi inconfessabili e “giustificabili” solo con la “ragion di Stato”. Io credo però che una colpa, forse ancora maggiore, se la debba accollare la cosiddetta “libera stampa”. Il mondo dell’informazione nostrana, pressoché al completo, tradendo lo spirito del vero giornalismo, preferì ben presto guardare altrove. I palestinesi e la loro causa erano icone in quegli anni e andavano preservate anche a costo di oscurare una tragedia come quella di Fiumicino o ignorare anni dopo, ad esempio, la scomparsa in Libano dei giornalisti (di sinistra) Italo Toni e Graziella De Palo. Abbiamo poi visto che anche al di fuori del nostro Paese quella strage, dopo lo sdegno iniziale, finì nel dimenticatoio. Gli Stati Uniti, che avevano perso 17 loro cittadini, nemmeno un anno dopo i fatti non mossero un dito per evitare la liberazione dei responsabili dell’eccidio».

Altri tragici eventi della storia d’Italia come le stragi di Piazza Fontana a Milano, Piazza della Loggia a Brescia e quella della Stazione di Bologna, ogni anno sono giustamente ricordate e commemorate. Una differente attenzione che salta all’occhio in modo evidente, Ma non è stato così per più di 40 anni. Come è possibile tale miopia?

«Le stragi che vengono regolarmente commemorate in Italia e rievocate puntualmente con articoli, saggi, libri, documentari, film, rientrano tutte d’ufficio, almeno nella vulgata, in quello schema che ritiene di spiegare tutte le nefandezze avvenute nella nostra storia repubblicana. Mi riferisco alla cosiddetta “strategia della tensione”, quell’impianto che potrebbe anche essere sintetizzato con la locuzione “eversione atlantica”, ovvero un progetto criminale finalizzato a mantenere saldamente il nostro Paese nell’alveo occidentale. Alla testa di questo mostruoso disegno eversivo, che taluni ritengono ancora in essere, si troverebbero i cosiddetti “circoli oltranzisti atlantici”, ovvero un diabolico intreccio che vede insieme la Cia, i settori più conservatori della politica americana e nostrana, la massoneria, la Nato, i “servizi deviati”, le mafie, la criminalità organizzata e infine, ultimo anello della catena, i neo fascisti, soggetti senza scrupoli disposti a mettere le bombe, seminando il terrore e inducendo i cittadini impauriti a chiedere misure speciali, inibendo così sul nascere qualsiasi alternativa riformista, progressista e democratica. Sulla “strategia della tensione” vi sono diverse scuole di pensiero, c’è chi la ritiene circoscritta negli anni 1969-1974 (piazza Fontana – piazza della Loggia e Italicus), chi invece ritiene che inizi addirittura nel 1947, con la strage di Portella della Ginestra ad opera della banda Giuliano e sia tutt’ora in essere. Questo è il pensiero dominante, sviluppatosi nei decenni grazie ad una egemonia culturale di segno ben preciso. Una sorta di “frame”, di cornice, all’interno della quale far rientrare tutte le stragi, comprese quelle ancora oggi irrisolte del tutto o parzialmente. Evidentemente la strage di Fiumicino del 1973, ad opera di un commando palestinese, non può entrare nel “frame”, dunque va ignorata: che si perda pure nell’oblio».

Strage Fiumicino notte
La strage di Fiumicino appare a uno sguardo distratto come un episodio inspiegato e inspiegabile. In verità giunge in un momento molto delicato della situazione internazionale: subito dopo la guerra del Kippur, subito prima della Conferenza di Pace di Ginevra. E soprattutto dopo una serie lunghissima di episodi di terrorismo, sequestri di armi, attentati sventati, che in Italia inizia con l’attentato alla tank farm petrolifera di Trieste il 4 agosto 1972. È possibile tirare un filo di questa storia, su cui invece alcun filo è mai stato tirato?
«Io credo che tutto ebbe inizio nell’estate del 1968, quando il Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash e Wadi Haddad (formazione marxista all’interno dell’Olp), decise di esportare il terrore al di fuori dei confini di Israele. Il dirottamento ad Algeri di un Boeing della compagnia israeliana El Al, partito proprio da Fiumicino il 23 luglio 1968, dette inizio ad una campagna che coinvolse un po’ tutta l’Europa ma non solo. Habbash nel 1970 dichiarò che il dirottamento di un aereo civile di un Paese occidentale era più utile alla causa palestinese poiché suscitava maggior clamore dell’uccisione in battaglia di 100 soldati israeliani. Da quel giorno commandos palestinesi cominciarono a scorrazzare per il mondo mettendo a rischio la sicurezza di tanti innocenti. Dal luglio 1968 al dicembre 1974, mese in cui i cinque terroristi di Fiumicino tornarono in libertà, si contano almeno 50 gravi episodi terroristici messi in atto da formazioni palestinesi, Fplp in primis. Questa situazione mise in gravi difficoltà le cancellerie occidentali. Ogni volta che venivano arrestati dei terroristi che avevano effettuato un attentato o lo avevano tentato, nel giro di poco tempo interveniva un’altra azione armata durante la quale, ricattando i governi, veniva chiesta la loro liberazione. Ogni Paese quindi cercò di prendere, diciamo così, delle “contromisure”. In altre parole si finì per usare la massima indulgenza possibile nei confronti dei terroristi. Il nostro Paese attivò una vera e propria diplomazia parallela, cercando di scongiurare questi pericoli. Tale metodo, noto anche come “lodo Moro” – lo statista democristiano ricoprì spesso in quegli anni il ruolo di ministro degli Esteri – in effetti salvaguardò per almeno un decennio l’Italia. La nostra penisola in cambio fu utilizzata dai palestinesi come piattaforma per il transito dei commando, ma anche per il deposito dei loro arsenali, con il beneplacito dei nostri servizi e con l’appoggio logistico delle organizzazioni terroristiche nostrane».
Si è parlato di Settembre Nero. Ma Settembre nero non era già un’organizzazione in disarmo a fine 1973?
«Settembre nero fu costituita nell’ottobre 1970 a Beirut, dai leader di diverse formazioni palestinesi, Olp e Fplp comprese. Questa organizzazione fu fondata con lo scopo di colpire re Hussein e la sua dirigenza per vendicare i massacri e la cacciata dei palestinesi dalla Giordania, avvenuta appunto nel settembre 1970, in seguito ai dirottamenti di Dawson’s Field. Il 5 e 6 settembre 1970 nei cieli dell’Europa e del Medio Oriente furono dirottati quasi contemporaneamente cinque aerei occidentali, tre dei quali furono fatti atterrare in una vecchia pista britannica nel deserto di Zarqa a quaranta miglia da Amman. Seguirono alcuni giorni di trattative con i governi occidentali che detenevano nelle loro carceri terroristi palestinesi. Dopo aver ottenuto ciò che volevano e dopo aver liberato i passeggeri, i tre velivoli sequestrati vennero fatti saltare e distrutti. Quell’episodio costituì la goccia che fece traboccare il vaso della pazienza del regno hascemita, che da anni ospitava i palestinesi. Questi avevano ormai invaso ogni ambito della società giordana, rendendo la situazione non oltre tollerabile. L’epilogo dei dirottamenti di Dawson’s Field fu il pretesto giusto per saldare i conti. Le cronache giordane parlarono di 1500 morti, quelle palestinesi di almeno 10.000, fatto sta che la Giordania cacciò tutte le organizzazioni palestinesi dal suo territorio. Con la sigla Settembre nero, vennero firmati molti gravi attentati, tra cui la strage alle Olimpiadi di Monaco di Baviera nel settembre 1972. Ma la vendetta di Settembre nero nei confronti della Giordania si compì, nel novembre 1971, con l’uccisione al Cairo del primo ministro Wasfi Tal. Nel 1973, Settembre nero era già stata di fatto sciolta e le singole organizzazioni avevano ripreso le loro azioni in totale autonomia».
In ogni caso è stata una vicenda dalle caratteristiche molto singolari. Non realmente rivendicata, in cui gli stessi terroristi sembravano non saper come venirne fuori. È un caso questa singolarità, o si spiega in qualche modo?
In effetti non è facilmente spiegabile la strage del 17 dicembre 1973. Tanto per dire l’aereo della Pan American, su cui morirono 30 delle 32 vittime complessive, si trovava ancora sulla pista al momento dell’attacco, solo perché era in forte ritardo. Se fosse partito all’orario previsto nulla sarebbe accaduto ai suoi passeggeri. Questo per dire che sicuramente quell’aereo non era l’obiettivo dei terroristi. Io penso che il commando avesse programmato un’azione per boicottare la Conferenza di Ginevra che sarebbe cominciata pochi giorni dopo, ma qualcosa andò storto. Il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, in quei giorni viaggiò intensamente tra Medio Oriente ed Europa in vista della Conferenza di pace. Non è da escludere che fosse lui l’obiettivo. In Libano ad esempio, venne fatto atterrare non a Beirut, ma in altro aeroporto proprio per timore di un attentato. L’aeroporto internazionale di Fiumicino era utilizzato come un hub dai palestinesi che partivano spesso proprio dallo scalo romano per mettere in atto le loro operazioni armate in giro per il mondo. Forse doveva essere così anche quel giorno. Il commando di Fiumicino sicuramente faceva capo ad Abdel Ghaffour (Abu Mahmoud), protetto dalla Libia. Quel gruppo, insieme a quello di Abu Nidal, protetto dall’Iraq, cercava di contrastare la politica più moderata di al-Fatah. Va comunque sottolineato che nonostante le diversità e le contrapposizioni tra i vari gruppi palestinesi (di lì a pochi mesi, proprio con l’uccisione a Beirut nel settembre 1974 di Ghaffour, cominciò una lotta intestina senza quartiere), esisteva una sorta di complicità tra tutte le componenti della galassia palestinese. All’Olp faceva comunque comodo che schegge impazzite o gruppi fuori controllo compissero azioni contro gli interessi israeliani e americani. Così si spiega, ad esempio, il trattamento riservato dall’Olp ai cinque di Fiumicino quando, nonostante i duri propositi iniziali sbandierati a ridosso della strage, essi saranno liberati nel dicembre 1974 senza clamore e senza alcuna sanzione palese».
Vittime Fiumicino
Gheddafi. Ora che è stato ucciso, tutti a piangere la mancanza di un fattore di stabilizzazione nel Medio Oriente. Ma in passato è stato al contrario un fattore molto destabilizzante. Il finanziamento e quindi l’ideazione del 17 dicembre 1973, secondo lei, può venir con certezza ascritta a lui tramite l’organizzazione di Ghaffour, fuoriuscito da Settembre Nero?
«Confermo. Gheddafi in particolare negli anni ’70 (egli andò al potere nel settembre 1969), cercò di proporsi come leader del mondo arabo, erede dell’egiziano Nasser (morto nel settembre 1970). Egli pensò che una via rapida per raggiungere i suoi obiettivi potesse essere quella di sfruttare un elemento a cui le società arabe erano alquanto sensibili, ovvero la lotta del popolo palestinese. Per scalzare il ruolo centrale di Arafat, egli finì per appoggiare i gruppi più radicali e coloro i quali, come Ghaffour e Nidal, avevano abbandonato le file di al-Fatah proprio in disaccordo con la politica più moderata dell’Olp. Da qui dunque il finanziamento del terrorismo senza peraltro nasconderlo più di tanto. Ricordiamo ad esempio come la Libia accolse trionfalmente, nell’ottobre 1972, i tre superstiti della strage alle Olimpiadi di Monaco di Baviera, che erano stati liberati dalle autorità tedesche, per evitare ritorsioni, in seguito ad un dirottamento di un aereo Lufthansa».
Qualcuno ha messo in dubbio l’esistenza, e la consistenza, del “lodo Moro” proprio perché la strage è stata compiuta probabilmente ad accordo già in azione. Secondo lei oltre al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il cosiddetto “lodo” “copriva” altre organizzazioni?
«Anche i pm di Bologna, che hanno indagato per quasi dieci anni sulla pista palestinese per la strage del 2 agosto 1980, hanno ritenuto, nel luglio 2014, inconsistente il cosiddetto “lodo Moro”, poiché privo di riscontri documentali. Evidentemente se qualcuno si aspettava di trovare un accordo scritto e ufficiale tra il governo italiano e le organizzazioni palestinesi, era ed è sicuramente fuori strada. In verità in un documento dei nostri servizi, datato 18 febbraio 1978, si dice esplicitamente che «l’FPLP opererà in attuazione confermati impegni miranti escludere nostro paese da piani terroristici». Dunque un accordo, anche se “non scritto”, per evitare azioni nel nostro territorio o contro nostri interessi, esisteva. Io credo però che si debba parlare più correttamente di “diplomazia parallela”. In altre parole si instaurò, fin dall’estate del 1972 (credo che l’attacco all’oleodotto Trieste-Ingolstad sia stato l’episodio chiave che accelerò questo processo), un fitto intreccio diplomatico tra alcuni nostri apparati, Moro regista, e l’Fplp. Infatti era questo il gruppo più attivo e pericoloso, che aveva, come già detto, deciso di esportare il terrorismo fuori dai confini del Medio Oriente, quindi era l’Fplp il vero interlocutore a cui rivolgersi. Ma l’Fplp era pur sempre un gruppo all’interno dell’Olp, l’organizzazione più importante che di lì a poco sarebbe stata riconosciuta come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. Dunque trovare un modus operandi con l’Fplp significava in qualche modo vincolare all’accordo anche le altre componenti della galassia palestinese, gruppi dissidenti esclusi, ovviamente. La strage di Fiumicino del 1973, come ho già detto, fu probabilmente un evento imprevisto e messo in atto da un commando che forse doveva solo transitare dallo scalo romano e che per qualche ragione che non sappiamo perse il controllo della situazione. Il fatto che l’antiterrorismo quella mattina fosse impegnato a controllare un buco nella rete di recinzione dell’aeroporto a diversi chilometri di distanza e che ai cancelli degli imbarchi ci fossero solo sei giovanissime guardie, forse potrebbe significare che il transito di quel commando era noto e andava salvaguardato. A tal riguardo vorrei riportare le parole di Abu Anzeh Saleh, il responsabile dell’Fplp in Italia, che nel 2009 ha rilasciato un’intervista ad Arab Monitor in cui, oltre a confermare l’esistenza di un “lodo”, dichiara: “Io posso dire che c’era effettivamente un accordo ed era tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fu raggiunto tramite il Sismi, di cui il colonnello Stefano Giovannone, a Beirut, era il garante. Non era un accordo scritto, ma un’intesa sulla parola. Lui ci aveva dato la sua parola d’onore, come dite voi, e noi gli abbiamo assicurato che non avremmo compiuto nessuna azione militare in Italia, perché l’Italia non rivestiva alcun interesse militare per il Fronte, e anche perché il popolo italiano era noto come amico dei palestinesi. In cambio Giovannone ci riconobbe, diciamo, delle facilitazioni in base alle quali si concedeva al Fronte la possibilità di trasportare materiale militare attraverso Italia. L’accordo fu fatto nei primi anni Settanta tra Giovannone e un esponente di primissimo piano del Fronte, il quale è tuttora presente sulla scena pubblica e non voglio nominarlo. Tutte le volte che c’era un trasporto, Giovannone veniva avvisato in anticipo. Non ci dava mai una risposta subito, ma dopo un paio di giorni. Penso che prima consultasse i vertici del Sismi (prima Sid) a Roma”».
Spesso si confonde la strage del 1973 con la seconda, sempre a Fiumicino, del 1985, ugualmente tragica, ma meno cruenta nei numeri. Sgombriamo il campo da equivoci: un unico problema, sempre lo stesso, ma contesti e attori molto diversi
«La strage all’aeroporto di Fiumicino del 27 dicembre 1985, che causò 13 morti compresi tre terroristi, avvenne in contemporanea con un’analoga azione che si compì all’aeroporto di Vienna (quattro morti tra cui un terrorista). Il duplice attacco fu opera di commando appartenenti al gruppo di Abu Nidal. Questi, protetto dall’Iraq e dalla Libia, era stato amico di Ghaffour; poco prima dell’uccisione di quest’ultimo, nel settembre 1974, i due si erano incontrati con l’intento probabile di unire le forze e le strategie. L’azione di Roma ebbe come obiettivo i banchi della compagnia di bandiera israeliana El Al e quelli dell’americana TWA. Questo episodio, nell’ambito del “lodo Moro”, potrebbe definirsi la “variante di Cossiga”, ricordando ciò che l’ex presidente disse a proposito della strage alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982 (in cui morì Stefano Gaj Taché, un bimbo di due anni), ovvero che “i palestinesi in virtù del lodo non avrebbero toccato interessi italiani ma che gli ebrei erano esclusi dall’equazione”».
Strage Fiumicino Feriti
Il dramma palestinese. Secondo lei l’utilizzo della violenza per una lotta di liberazione che aveva le sue forti ragioni era in parte giustificato, come dicevano e dicono ancora in molti anche in Italia? Consideriamo, se non vogliamo essere ipocriti, che neppure gli Stati nazionali, quando si tratta di proteggere i propri interessi, vanno tanto per il sottile…
«È una domanda a cui è molto difficile rispondere. La violenza fa parte delle lotte di liberazione o di indipendenza, così come non si può escludere nelle guerre tra eserciti. Ma io credo che il terrorismo, lo stragismo, che colpisce prevalentemente persone innocenti e ignare, in maniera indiscriminata, sia una violenza difficile da giustificare, qualunque sia la motivazione di fondo».
Anche il Mossad, quindi Israele, in quegli anni non era rimasto a guardare…
«Abbiamo visto che la “ragion di Stato” spesso fa compiere ai governi atti che vanno ben oltre i limiti della legalità. Israele si trova, fin dalla sua costituzione, in prima linea, accerchiato da Paesi arabi ostili, alcuni dei quali non riconoscono nemmeno il suo diritto all’esistenza. Israele ha subito attacchi di eserciti a cui ha sempre risposto militarmente con Tsahal ma ha dovuto anche affrontare un terrorismo diffuso, a cui ha risposto con un’efficacissima attività d’intelligence grazie al Mossad. Anche l’Italia è stata teatro di azioni organizzate e realizzate dai servizi dello Stato ebraico. La più eclatante fu l’omicidio di Wael Zwaiter, il 16 ottobre 1972, primo anello della catena di ritorsioni dopo la strage delle Olimpiadi di Monaco di Baviera del settembre precedente. Non possiamo però nemmeno dimenticare che Israele è comunque un Paese democratico, con una stampa libera, con partiti che rappresentano tutte le posizioni politiche e le sensibilità; un Paese dove la società civile ha un ruolo e un peso non irrilevante di controllo e di denuncia di eventuali eccessi».
Torniamo per un momento alla cosiddetta strategia della tensione. Come mai, secondo lei, ancora oggi a quasi 30 anni dalla caduta del muro, si fa ancora tanta fatica a prendere atto che non tutto il terrorismo in Italia aveva origine atlantica?
«Credo che ciò sia dovuto al fatto che nel nostro Paese, fin dalle origini repubblicane, esiste, come ho già ricordato, una egemonia culturale di un colore ben preciso. Ciò credo sia innegabile. Chi non ha mai completamente elaborato il collocamento dell’Italia nell’Occidente liberale, ha saputo trasmettere e diffondere questo sentimento. Pensiamo alle campagne di stampa contro l’imperialismo americano (dalla guerra di Corea, al Vietnam fino all’Iraq) contrapposte a un’indulgenza, spesso imbarazzante, nei confronti delle azioni interne ed esterne operate dal blocco sovietico. La strategia della tensione è lo schema che sintetizza tutto ciò. Non importa se in ultima analisi nessun tribunale che si è occupato delle stragi sia riuscito a dimostrarlo: nell’inconscio collettivo si è radicata questa convinzione».
Una chiosa finale, su cui vorrei il suo parere. Oggi anche la lotta liberazione palestinese ha mutato motivazioni ideologiche. Negli anni ’60, ’70 e ’80 c’era l’Olp, organizzazione aconfessionale, c’era l’Fplp, marxista, c’era l’Fdplp, maoista. Poi i palestinesi si sono messi nelle mani di Hamas, oggi all’orizzonte c’è l’integralismo islamico. Gli autori di attentati sembrano altri. E qualcuno dice che l’assenza di azioni sul nostro territorio sia figlia di un qualche accordo a sua volta figlio del “lodo”. Fantapolitica?
«Le ideologie sono indispensabili per motivare qualcuno a compiere atti pericolosi o addirittura estremi. Negli anni ’70 e ’80, il marxismo era, per la causa palestinese, l’ideologia ideale in quanto suggestionava ampie schiere di giovani occidentali ed era perciò molto più facile raccogliere simpatie ma anche aiuti concreti. Le collaborazioni militari tra i gruppi rivoluzionari europei e le organizzazioni palestinesi sono un dato di fatto. Tutto ciò si traduceva poi anche in una sorta di sentimento giustificatorio o comunque di indulgenza nei confronti delle azioni terroristiche messe in atto dai commando palestinesi. L’oblio in cui è caduta la strage di Fiumicino ma anche decine di altri episodi di inaudita gravità è figlio di questo atteggiamento. Oggi, col declino e la fine delle ideologie, il fondamentalismo religioso è diventato il nuovo riferimento, ma io ci vedo sempre l’uso strumentale. L’integralismo islamico è funzionale ai progetti terroristici.
Per quanto riguarda l’ultima questione, ritengo sia plausibile che i buoni rapporti tra i nostri governi e il mondo arabo in senso lato si siano mantenuti nel tempo così come eventuali accordi “indicibili” con le frange più radicali. La resistenza che ancora oggi viene opposta invocando classifiche come “segreto” o “segretissimo” su documenti vecchi di molti decenni, nell’ottica di salvaguardare “relazioni internazionali”, credo la dica lunga e confermi ciò. L’ombra del “lodo Moro” si è allungata e ragionevolmente è giunta fino a noi».

Il Lodo svelato (in un paese normale)

“Il Lodo Moro non esiste”. Lo ha affermato il gip Bruno Giangiacomo il 9 febbraio 2015, nella sentenza di archiviazione dell’indagine supplementare sulla strage di Bologna, nella fattispecie sulla pista palestinese ipotizzata dal giornalista e storico Gian Paolo Pelizzaro. Un’ipotesi fondata su molti argomenti oggettivi, fra i quali la presenza quella mattina del 2 agosto 1980 a Bologna di Thomas Kram, il terrorista tedesco che faceva parte delle Cellule rivoluzionarie (Revolutionare Zellen), organizzazione che la miopia di certi storici ha considerato come “minore”, mentre invece negli anni ’70 aveva allacciato stretti rapporti con Ilich Ramirez Sanchez, nome d’arte Carlos il terrorista internazionale per un lungo periodo al soldo del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, ora in carcere a vita a Parigi. E proprio Carlos, secondo la ricostruzione di Pelizzaro, avrebbe agito a Bologna attraverso la sua organizzazione Separat per conto del FPLP. Il movente? Il mancato rispetto dei patti, cioe’ del Lodo, l’accordo che da fine 1973 permetteva ai palestinesi di occultare e trasportare armi ed esplosivi nel territorio italiano a patto di non  effettuare attentati in Italia. In realtà i palestinesi il doppio gioco lo tentarono, proponendo alle Brigate Rosse azioni per procura in modo da nascondere dietro firma le loro azioni. Ma questo è un argomento ancora vergine o quasi, di cui parleremo in seguito. L’nfrazione del Lodo, secondo la ricostruzione di Pelizzaro, avvenne con la vicenda misconosciuta dei missili di Ortona, dove la notte del 17 novembre 1979  i Carabinieri fermarono tre autonomi romani (Daniele Pifano,  Giorgio Baumgartner, Luciano Nieri) che trasportavano una cassa con missili SAM 7 Strela. Il materiale era stato loro consegnato dal giordano Saleh Abu Anzeh, residente a Bologna e uomo del FPLP in Italia, e doveva essere caricato sulla motonave Sidon, battente bandiera libanese, proveniente dal porto di Capodistria, allora Yugoslavia, e diretta a Beirut. Era materiale che, secondo gli accordi fra Italia e palestinesi, doveva avere libero transito, in quanto non utilizzato per attentati in Italia. Invece qualcuno (il Mossad?) ci mise becco e e il procedimento giudiziario ebbe corso, e i quattro furono condannati, nonostante le richieste di liberazione degli imputati e di restituzione dei missili che i palestinesi recapitarono al giudice di Trani, dove ebbe luogo il processo. violando così il Lodo. Storia sconosciuta ai piu’, e quando e’ affiorata alla luce dopo decenni di oblio , in molti  hanno parlato di sproporzione fra infrazione (arresto e sequestro) e “punizione” (la Strage). Arrivarono poi le chiose di Cossiga (esplosione accidentale, il carico era diretto a Roma per un altro attentato). Rimane il fatto che la ricostruzione di Pelizzaro (vedere la Relazione Libanese, prodotta assieme a Lorenzo Matassa per la Commissione Mitrokhin, allegata al mio post del 2 agosto 2015 relazionelibanese(clean) ) non ha  punti deboli. Come demolirla? Con un ragionamento formalmente ineccepibile: del Lodo Moro non c’è alcuna prova scritta. Così dice il gip chiudendo la questione e archiviando la pratica, pur ammettendo che sullo svolgimento dei fatti a Bologna esistono ancora punti interrogativi. Ma ecco che, pochi mesi dopo, nel novembre 2015, viene alla luce il documento che pubblichiamo qui sotto: un dispaccio del colonnello Giovannone, vero e proprio orecchio del Sismi a Beirut e custode dei rapporti fra Italia e palestinesi a costo di azioni e silenzi che farebbero rabbrividire Machiavelli (vedi il caso Toni-De Palo), che il 17 febbraio 1988 manda un messaggio cifrato a Roma ipotizzando de relato

un importante attentato imminente in Europa. Poi Giovannone scrive: «A mie reiterate insistenze per avere maggiori dettagli, Habbash mi ha assicurato che l’Fplp opererà in attuazione confermati impegni miranti escludere nostro Paese da piani terroristici». E’ la pistola fumante del Lodo. Il documento che certifica nero su bianco il patto sottoscritto nel 1973. In un paese normale, si sarebbe scatenato un putiferio. Invece il silenzio, o quasi. Tutti a inseguire le ultime dichiarazioni di Renzi e i sorrisi della Boschi. Viva l’Italia.

AGENTE DOPPIO?

Il documento che pubblichiamo è uno degli snodi decisivi dell’attentato dinamitardo alla tank farm dell’oleodotto transalpino di Trieste. O che decisivi avrebbero potuto essere, e non lo sono stati. Ne parliamo nel capitolo 16.mo de “Il grande fuoco”, intitolato “Un agente doppio da proteggere?”, cui vi rimandiamo. Si tratta della lettera scritta dal dirigente dell’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo Silvano Russomanno al giudice istruttore che lavorava al processo per l’attentato di Trieste.  Siamo nel gennaio 1976, quindi esattamente 40 anni fa. Nome “pesante” e controverso quello di Russomanno nella storia dell’intelligence italiana. Braccio destro di Federico Umberto D’Amato all’UAR (Ufficio Affari Riservati), dopo la parentesi all’Ispettorato sarebbe diventato vicedirettore del Sisde. La lettera di Russomanno chiama in causa Rita Porena. Chi era Rita Porena? Ne parliamo diffusamente nel libro: ha avuto un ruolo in diverse vicende della storia più o meno segreta dei nostri rapporti con il Medio Oriente. Entrò e uscì come un lampo nell’indagine sull’attentato di Trieste agli inizi del 1973, poi Russomanno la riportò pesantemente all’attenzione del giudice di Trieste (che non era più Sergio Serbo, colui che iniziò le indagini e seguì la pista parigina) tre anni dopo, ma tutto finì in niente. E nelle carte del processo non si trovano tracce di ulteriori indagini da quell’inizio 1976 a fine 1977, quando venne emessa la pesantissima sentenza di primo grado, poi ribaltata inappello (da 22 a 6 anni di carcere per le due donne francesi e un algerino). Rita Porena, per onore di cronaca e correttezza, uscirà pulita anni dopo dal procedimento giudiziario in cui si troverà coinvolta per favoreggiamento aggravato, ma la sua figura, divisa fra Roma e Beirut, fra l’amicizia con il capocentro del SISMI a Beirut Stefano Giovannone e quella con i capi palestinesi, soprattutto del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, rimane enigmatica. Lo stesso giudice Carlo Mastelloni, nella sentenza ordinanza del processo sul traffico d’armi fra Brigate Rosse e Palestinesi, la definì “agente o fonte a rendimento del SISMI (il servizio segreto militare N.d.R), “Infiltrata nell’OLP”  “Informatrice del servizio”, “alter ego di Giovannone”. Insomma, una di quelle storie di cui nel nostro Paese non si parla, impegnati a commemorare sempre gli stessi episodi, che se non si possono ascrivere al terrorismo di matrice atlantica, meglio lasciarli da parte (come è successo per l’attentato di Trieste e per tutta la serie di episodi che coinvolgevano palestinesi, culminati con la “strage dimenticata” all’aeroporto di Fiumicino il 17 dicembre 1973). Un documento, questa lettera di Russomanno, sinora mai reso pubblico, che a parte la vicenda della Porena, racconta il lavorio dell’intelligence sul problema degli attentati palestinesi.  Prima che entrasse in vigore il Lodo Moro. O, chissà, mentre gli stessi vertici politici già lavoravano a tacitare tutto. Nel segno dell’interesse nazionale.

Russomanno IRussomanno IIRussomanno IIIRussomanno IV

ANCORA SU FIUMICINO…

Oggi 17 dicembre 2015, a 42 anni dalla strage di cui parliamo qui sotto, è uscito un mio lungo pezzo sul sito web di rainews. Tanti i contatti e le condivisioni. Segno che si è colpito nel segno. Domanda: quanti giornalisti si sono trasformati in scimmiette in questi 42 anni?

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/17-dicembre-1973-l-attentato-di-Fiumicino-la-strage-dimenticata-d66340fd-109b-484b-ac6f-9d0b988f9b0a.html?refresh_ce

 

Interessante (e inquietante…) questo video:

Fiumicino 17 dicembre 1973, la strage che non c’è

Ricordando che è uscita la seconda edizione del “Grande Fuoco”, con una inedita  – e direi fondamentale – postfazione del giudice Carlo Mastelloni, ora procuratore capo a Trieste, addentro come forse nessuno nelle maglie oscure del terrorismo mediorientale, vogliamo tornare a voi con un documento interessante, che dimostra come non tutti tacevano, e non tutti giravano la testa dall’altra parte. L’attentato al deposito petrolifero di Trieste diede il via alla complessa storia del terrorismo palestinese in Italia; la strage di Fiumicino chiuse il cerchio. Ed entrambe furono ben nascoste come la polvere sotto il tappeto, non a caso. Perché, a parte il controverso attacco alla sinagoga di Roma – una vicenda a se’ è tutta ancora da decifrare – dovettero passare più di 10 anni per vedere sulla penisola un altro grave attentato palestinese, guarda caso  sempre a Fiumicino il 27 dicembre 1985. Nel mezzo, una tregua. Che oramai sempre più analisti e storici collegano agli effetti del cosiddetto Lodo Moro, l’accordo che garantì l’assenza di attentati in Italia in cambio dell’implicito assenso ai palestinesi a utilizzare la penisola come base logistica e arsenale militare. Un accordo condito da una bella spruzzata di petrolio. Il documento che potete aprire cliccando il link qui sotto è la scannerizzazione di tre articoli apparsi su Epoca subito dopo quel 17 dicembre 1973, a conferenza di pace di Ginevra in corso, in cui Pietro Zullino e altri due colleghi mettevano in luce i tanti punti oscuri di quel tragico evento. Dopo di loro, il silenzio. E nessuna lapide, nessuna targa, ricorda oggi quella strage in cui morirono 34 persone. Nessuna commemorazione viene fatta. Prova ne sia che di essi, fra tutti il giovane finanziere Antonio Zara, freddato sul piazzale dell’aeroporto sotto l’aereo, nel sito dell’Aviter (Associazione italiana vittime del terrorismo http://www.vittimeterrorismo.it ) non c’è traccia. Anche le lacrime, a volte, hanno un diverso sapore.

 

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LA FORTUNA SFACCIATA

E’ ormai assodato che la catastrofe, quella notte del 4 agosto 1972, venne evitata per un pelo. Tre serbatoi a fuoco, ma quello più vicino alla città, pieno di oltre trentamila metri cubi di greggio, non venne  intaccato dagli 8 chilogrammi di tritolo. Che scoppiarono vicino alla valvola attraverso cui passava il petrolio proveniente dai pontili nel vallone di Muggia cui attraccavano le navi. Nel fondo del pozzetto in cemento in cui era collocata la valvola c’era acqua stagnante, residuo dei giorni precedenti, così l’esplosivo venne appeso al muro. Gli attentatori, come negli altri tre serbatoi, schiacciarono la fiala che avrebbe rilasciato l’acido che avrebbe a sua volta corroso il filo per far partire il detonatore. Lo scoppio, come dettagliatamente descritto in “Il Grande Fuoco”, fece un gran buco nel muro, ma la valvola resistette. La fiammata lasciò un lungo segno verticale all’esterno dell’enorme serbatoio Le altre foto che potete vedere qui sono inedite. Una domanda sola a margine: gli attentatori si erano portati in aereo da Parigi fiale, acido e filo? Una domanda cui l’indagine non riuscì a dare risposta. Anche se il buon senso dice che no, non potevano portarsi dietro tutta quella roba. Ci dovevano quindi essere aiuti locali. Su cui si è poco indagato. Ma ci torneremo.

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Qui sopra il filo spezzato nel pozzetto del serbatoio 44 cui venne appeso l’esplosivo. A destra: il buco nel pozzetto di cemento di fronte alla valvola. Nelle immagini più sopra gli impressionanti segni della fiammata sulla parete esterna del serbatoio 44. Più in alto ancora: l’effetto devastante di una carica esplosiva su uno degli altri tre serbatoi, e la valvola del 44 intatta nel pozzetto